Voler racchiudere attimi di fugace gioia in una bolla di cristallo per averli sempre a disposizione. Indossare lividi come gioielli. Dormire sul pavimento del corridoio di un intercity notte che ha ben 60 minuti di ritardo ancora pronta a sorridere.
Venerdì sera ho assistito all’ennesimo concerto degli Afterhours. Sono passati poco più di tre mesi dall’ultimo e già ne sentivo la mancanza. La loro musica è un richiamo irresistibile che mi fa correre a sentirli ogni volta che suonano in un posto più o meno vicino. È una cosa del tutto irrazionale, ma profonda che parte dalle viscere e scuote ogni centimetro della mia pelle.
Ascolto altra musica, ci sono altri musicisti che mi piacciono e che reputo geni e poeti, ma non è lo stesso.
Il concerto è stato meno intenso degli altri a causa di problemi tecnici: la voce di Manuel a volte non arrivava e riuscivo a sentire di più la cretina alle mie spalle che stonava da desiderare di prenderla a calci fino alla fine del concerto. A parte questo, il resto è andato tutto molto bene. il gruppo è più affiatato che mai. Si vede che si divertono: le scenette di Giorgio Prette, Enrico, Dario, i balletti (con caduta!) di Roberto e la roteazione del microfono di Manuel lo dimostrano.
Il dopo-concerto è stato uno spasso. La piazza si era svuotata di quelli che avevano assistito al concerto e si era riempita (come mi hanno fatto notare i miei compagni) di strane creature dalle minigonne millimetriche e dalle cinte dorate, eravamo seduti a terra distrutti quando spunta dal nulla Ciffo che va via in fretta. Ci avviciniamo all’edificio dove sono i camerini e vediamo arrivare Giorgio Ciccarelli che come sempre è gentile e tranquillo. Mentre gli altri si affannano a voler autografi e foto, mi aggiro tranquilla da un componente del gruppo all’altro per cogliere frammenti di discorsi o solo per vedere che si prova a stare a pochi centimetri da loro. Poi, quando la maggior parte della gente va via perché Manuel è corso in albergo, io e i miei compagni rimaniamo a parlare con Roberto che è davvero simpatico e affabile. Mi dice: “Tu eri sotto il palco, ti ho vista prima”.
Io: “Strano, di solito non mi si nota facilmente”
Lui: “Forse è la pettinatura”
Io: “?”
Gli chiedo come è andato il tour in America, ci dice che è andato molto bene. parliamo della meravigliosa collana di perle che aveva mentre suonava e degli irresistibili occhiali dalla montatura bianca. Gli chiediamo come mai, quando fa gli autografi compone sempre frasi in inglese con la parola tree, da una spiegazione che non ho capito tanto bene. Dice che bisognerebbe andare sugli alberi a vedere cosa c’è, per avere una visuale diversa (?). Racconta che Milano non vive un bel periodo e noi lo invitiamo a trasferirsi in Puglia. Dice che mentre gli altri scappano per non essere assaliti dai fan lui e Gabrielli vanno alla ricerca di qualcuno con cui parlare dopo i concerti. Alla fine, ci invita ad andare a bere qualcosa e ci incamminiamo pian piano, mentre alla cricca si aggiungono altri elementi. Ci fermiamo davanti al loro albergo dove ritroviamo Giorgio P. che con Maddy e altri parla dell’invadenza di certe fan cretine e logorroiche e io godo di questa cosa perché penso che alla fine la discrezione non è solo una nobile dote, ma paga sempre. Dopo chiacchiere e altri autografi andiamo in un pub dove stanno già alcuni tecnici. È l’occasione per immergermi, se pur brevemente nel loro mondo. Arriva l’ora per la compagine pugliese di andar via.
Roberto mi saluta con una stretta di mano e due baci. “Ciao bella, trascorri una buona nottata” .
“Grazie, anche tu”.
Dico ciao ad Enrico che mi stringe la mano e fa: “Piacere”. E io: “Piacere Gabriella” E lui: “Gabrielli”.
Ci avviamo alla stazione per venire a sapere che il treno che dobbiamo prendere ha solo un’ora di ritardo. C’è un po’ di rammarico perché avremmo potuto rimanere ancora un po’ al pub, ma la magia non va via facilmente.






