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Utente: animachecrepita
la continua mancanza di qualcosa (a che scopo aggiungere tra gli amici gente di cui nemmeno si conosce cosa scrive nel proprio blog? perché questa smania insensata di ammassare "amici" come se fossero accessori per abbellire la propria pagina? qui io sono ciò che scrivo, se non ti interessa è del tutto inutile contattarmi)
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domenica, 30 luglio 2006

Voler racchiudere attimi di fugace gioia in una bolla di cristallo per averli sempre a disposizione. Indossare lividi come gioielli. Dormire sul pavimento del corridoio di un intercity notte che ha ben 60 minuti di ritardo ancora pronta a sorridere.

Venerdì sera ho assistito all’ennesimo concerto degli Afterhours. Sono passati poco più di tre mesi dall’ultimo e già ne sentivo la mancanza. La loro musica è un richiamo irresistibile che mi fa correre a sentirli ogni volta che suonano in un posto più o meno vicino. È una cosa del tutto irrazionale, ma profonda che parte dalle viscere e scuote ogni centimetro della mia pelle.

Ascolto altra musica, ci sono altri musicisti che mi piacciono e che reputo geni e poeti, ma non è lo stesso.

Il concerto è stato meno intenso degli altri a causa di problemi tecnici: la voce di Manuel a volte non arrivava e riuscivo a sentire di più la cretina alle mie spalle che stonava da desiderare di prenderla a calci fino alla fine del concerto. A parte questo, il resto è andato tutto molto bene. il gruppo è più affiatato che mai. Si vede che si divertono: le scenette di Giorgio Prette, Enrico, Dario, i balletti (con caduta!) di Roberto e la roteazione del  microfono di Manuel lo dimostrano.

Il dopo-concerto è stato uno spasso. La piazza si era svuotata di quelli che avevano assistito al concerto e si era riempita (come mi hanno fatto notare i miei compagni) di strane creature dalle minigonne millimetriche e dalle cinte dorate, eravamo seduti a terra distrutti quando spunta dal nulla Ciffo che va via in fretta. Ci avviciniamo all’edificio dove sono i camerini e vediamo arrivare Giorgio Ciccarelli che come sempre è gentile e tranquillo. Mentre gli altri si affannano a voler autografi e foto, mi aggiro tranquilla da un componente del gruppo all’altro per cogliere frammenti di discorsi o solo per vedere che si prova a stare a pochi centimetri da loro. Poi, quando la maggior parte della gente va via perché Manuel è corso in albergo, io e i miei compagni rimaniamo a parlare con Roberto che è davvero simpatico e affabile. Mi dice: “Tu eri sotto il palco, ti ho vista prima”.

Io: “Strano, di solito non mi si nota facilmente”

Lui: “Forse è la pettinatura”

Io: “?”

Gli chiedo come è andato il tour in America, ci dice che è andato molto bene. parliamo della meravigliosa collana di perle che aveva mentre suonava e degli irresistibili occhiali dalla montatura bianca. Gli chiediamo come mai, quando fa gli autografi compone sempre frasi in inglese con la parola tree, da una spiegazione che non ho capito tanto bene. Dice che bisognerebbe andare sugli alberi a vedere cosa c’è, per avere una visuale diversa (?). Racconta che Milano non vive un bel periodo e noi lo invitiamo a trasferirsi in Puglia. Dice che mentre gli altri scappano per non essere assaliti dai fan lui e Gabrielli vanno alla ricerca di qualcuno con cui parlare dopo i concerti. Alla fine, ci invita ad andare a bere qualcosa e ci incamminiamo pian piano, mentre alla cricca si aggiungono altri elementi. Ci fermiamo davanti al loro albergo dove ritroviamo Giorgio P. che con Maddy e altri parla dell’invadenza di certe fan cretine e logorroiche e io godo di questa cosa perché penso che alla fine la discrezione non è solo una nobile dote, ma paga sempre. Dopo chiacchiere e altri autografi andiamo in un pub dove stanno già alcuni tecnici. È l’occasione per immergermi, se pur brevemente nel loro mondo. Arriva l’ora per la compagine pugliese di andar via.

Roberto mi saluta con una stretta di mano e due baci. “Ciao bella, trascorri una buona nottata” .

“Grazie, anche tu”.

Dico ciao ad Enrico che mi stringe la mano e fa:  “Piacere”. E io: “Piacere Gabriella” E lui: “Gabrielli”.

Ci avviamo alla stazione per venire a sapere che il treno che dobbiamo prendere ha solo un’ora di ritardo. C’è un po’ di rammarico perché avremmo potuto rimanere ancora un po’ al pub, ma la magia non va via facilmente.

postato da: animachecrepita alle ore 17:11 | Link | commenti (2)
categoria:musica, vita, afterhours
lunedì, 24 luglio 2006

Mi ritrovai faccia a faccia con lei, bagnata fradicia che mi guardava con occhi sconvolti. Credetti che avesse scoperto tutto e cominciarono a tremarmi le gambe. Aveva con sé un foglio che teneva parzialmente coperto dal suo trench. I lampi illuminavano per brevi istanti la stanza buia e i suoi capelli. Esordì: - Che bastardo!

- Cosa dici? Che successo?

Mi fece vedere la lettera, era di Mauro, il suo compagno. Una lettera d’amore per me, era sicuramente per me. C’erano dei riferimenti a cose e situazioni vissute insieme. Ero convinta che adesso si sarebbe avventata su di me e mi avrebbe strappato i capelli, uno per uno. Continuò: - Questa è la prova che ha una storia con un’altra! L’ho trovata per caso! Tu sai chi è questa troia?

- No, non credo che sia come dici tu. Lui scrive, sarà sicuramente una finzione.

- No, non era tra le altre cose, era nascosta. Che stronzo!

La feci entrare e asciugare. Appena tolta il soprabito mi colpì il suo enorme pancione, pensai che quella sera avesse qualcosa di strano, come se avesse cambiato forma. Cercai di calmarla ricordandole la sua condizione ma lei continuava a dire: - Come a potuto fare una cosa del genere?

Andai a prepararle una camomilla, di ritorno la vidi davanti allo specchio, persa nei suoi pensieri e con il fiatone. Credetti opportuno parlarle, dirle la verità, ma appena mi avvicinai a lei un suono liquido mi distolse dall’intento: le si erano rotte le acque. Una pozza trasparente si era formata sotto le gambe. Mi guardò smarrita volendo rassicurazioni. Cercai di mantenere la calma e per prima cosa chiamai il soccorso. Mi dissero che avrei fatto meglio a portarla all’ospedale più vicino perché nessuna ambulanza era disponibile in poco tempo. Presi degli asciugamani e la condussi in auto. Percorsi la strada come un fulmine, non pensando a niente se non a sbrigarmi. Intanto, Francesca si lamentava delle contrazioni pur non dimenticando la sua triste scoperta. Cercavo di farla respirare in modo da alleviare i dolori, ma lei non mi ascoltava. Finalmente arrivammo all’ospedale. Subito si occuparono di lei. Mi fecero fermare in sala d’aspetto nel frattempo la preparavano. Chiamai Mauro e lo avvertii di quanto stava per succedere. Lui non capì che ci facessi in ospedale con lei. Dopo un po’ mi chiamò un’infermiera dicendomi che Francesca mi voleva vicino. Andai nella sala parto. Le dissi che avevo avvertito Mauro, si mise a urlare di non volerlo vedere e mi chiese, implorò di starle accanto. Cosa potevo fare? Le dissi di sì. Non avevo mai assistito ad un parto prima e tutta la situazione era imbarazzante. Uscii un attimo proprio mentre arrivava lui, lo condussi da lei che cominciò ad imprecargli contro e ad agitarsi.

Provai a calmarla: - Dai, è pur sempre il padre. Ha il diritto di stare qui. E poi non sai veramente se ti ha tradita. Lui ti ama, è questo che conta.

Le ultime parole le dissi anche a me. Mi dovevo rassegnare al fatto che da quel giorno avrebbero costituito una famiglia e io avrei dovuto non interferire più. Mi preparavo a perderlo definitivamente. Lui continuava a non capire. Lo condussi alla porta e gli dissi: - Ha trovato una lettera e…

- Cazzo! – bastò per farmi capire che era veramente indirizzata a me. Tornò dentro, ma lei lo respinse nuovamente. Mi costrinse a starle vicino. Mi teneva la mano, così forte che credevo che prima o poi l’avrebbe spezzata. Il parto durò poco e, nonostante tutto, andò bene. Vidi la bambina, un ragnetto coperto di placenta che esplose in un potente urlo. Dopo averla pulita la misero in braccio alla madre e per un istante, sebbene sappia che i neonati sono ciechi, mi parve che la bimba mi guardò. In quello sguardo colsi l’irrevocabilità dalla mia decisione. Quegli occhietti mi dicevano con tutta calma, ma anche fermezza “mi dispiace ma non c’è posto per te”. Piansi per la bellezza di quella creatura e insieme per la crudeltà di quella rivelazione. Raggiunsi Mauro per avvertirlo della nascita e lo invitai a entrare. Ero sicura che l’esserino appena nato avrebbe sistemato le cose fra i due genitori.  Sentii scaricare su di me tutto il peso della tensione e della stanchezza, presi un caffé caldo molto zuccherato per riprendermi. Stavo per andarmene quando mi sentii chiamare. Era lui con in braccio sua figlia e le guance segnate dalle lacrime mi disse:

- Non è bellissima?

- Certo. È meravigliosa! – sorrisi e me ne andai.

 

postato da: animachecrepita alle ore 16:58 | Link | commenti (2)
categoria:parole
mercoledì, 19 luglio 2006

Brucia Troia – Vinicio Capossela

Eccola viene
Ha quattro braccia e due teste
Quattro gambe e due teste
Ora che lei
Ha quattro occhi e due teste

ED ECCOLO IL FIGLIO
CHE TI SCACCERA'
CHE TI UCCIDERA'
CHE SI PRENDERA'
IL TUO POSTO NEL MONDO
COME ORA SI E' PRESO
LA CARNE DI LEI
COME ORA HA RUBATO
L'AMORE DI LEI
GIA' TI HA RUBATO LO SGUARDO DI LEI
CON LUI GIA' TI TRADISCE

L'orrore l'orrore

Barbari della Colchide
I vapori s'alzano nell'ombra

Il cavallo di troia è ciucco
Come il mio ciuffo
Il cavallo di troia è ciuffo
Come il mio ciucco
Il cavallo di troia è ciunco..

Fai scialo diletto mio delle tue cosce
Fai scialo amante mia delle tue braccia
Il vino scorra a sangue nei crateri
Noi gusteremo il giorno
Un giorno ancora
Brucia Troia Brucia Troia Troia brucia
Come io brucio per te...
Per gli anni tuoi abbracciati nell'assedio
Per i giardini tuoi favi di miele
I denti mordano la terra nera
Noi gusteremo il giorno
Un giorno ancora
Brucia Troia Brucia Troia Troia Troia brucia

Per gli anni che tu hai preso nell'assedio
Per gli anni tuoi che avanzano nel sole

Sono io il mio Minotauro
Divoro chi arriva fino a me
Chiuso nel mio labirinto
Divoro chi arriva fino a me


Zara degli dei
Madre degli eroi
La terra ti bacia
Brucia Troia Troia brucia Brucia Troia Troia brucia
Come io brucio per te...

 

Ascolto senza interruzione questa canzone. È ipnotica, potente, evocativa, carnale.  Mi sto preparando ad andare al concerto di Capossela e voglio che sia speciale come questa canzone. Prevedo di non poter condividere l’esperienza con nessuno, ma sarà come se cantasse e suonasse solo per me. Nessun pensiero buio, nessuna delusione. Sarà una catarsi, proprio come una lunga danza sacra.

postato da: animachecrepita alle ore 16:34 | Link | commenti
categoria:musica, canzone del giorno
giovedì, 06 luglio 2006

Se c’è una cosa in me di cui vado fiera è il non avere alcuna dipendenza affettiva. È stato duro e doloroso ammettere di non poter avere legami che si definiscono normali con le persone, ma adesso che ne ho compreso la preziosità mi sento un’altra. La libertà è questo, non fare e dire tutto quello che ti passa per la mente, la libertà è non dipendere da nessuno, essere completamente autonomi, andare dritti per la propria strada senza innestare i propri progetti con quelli degli altri, a costo di rimanere soli. Ma alla fine chi non lo è? Bisogna imparare a fare affidamento solo su se stessi e prendere gli altri per quelli che sono: temporanei compagni di viaggio. E mi viene in mente il titolo di una canzone di Cristina Donà: HO SEMPRE ME


…Distanze che non percorro mai
per una probabile carenza d'ossigeno,
devo ancora imparare a respirare
ma mi va bene così
e non ho tempo per cambiare … poi

Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me

I tuoi grandi sorrisi
accendono il buio
però menti se scrivi che
torni subito

O forse è meglio così
io non t'aspetto
potrei avere qualche problema se tu
tornassi davvero, ma …

Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me

 

postato da: animachecrepita alle ore 16:04 | Link | commenti (5)
categoria:musica, vita, sentimenti, canzone del giorno
domenica, 02 luglio 2006

Eliseo: il ragazzo per cui ho perso la testa molte estati. Bello, occhi di un azzurro trasparente, dolce e affettuoso. Ho passato molto tempo sperando di entrare nel suo regno. Quando ho raggiunto il mio scopo, cioè baciarlo, il desiderio è stato rimpiazzato da delusione e indifferenza. Mi sono accorta che era solo un capriccio (come accarezzo la noia che fa/quando un capriccio diventa realtà) e ho scoperto che era un vero idiota con tanto di certificazione. Da allora in poi, mi sono aggiunta al coro di amici che lo chiamavano Ciondolo e ridevano, bonariamente, della sua incontrollabile stupidità. Faceva incidenti su incidenti, ha distrutto auto più di uno stuntman. Per sua fortuna è uscito sempre illeso. Ricordo ancora con grande soddisfazione quando, l’estate dopo il bacio, l’ho trattato da estraneo mentre lui, forse perché non aveva altre ragazze per le mani, ci provava con me.

Pasquale  non era né bello (proprio no), né particolarmente simpatico, ancor meno interessante, però quell’estate avevo deciso che volevo a tutti i costi una storia e ho preso il primo che mi è capitato. Era di un paese vicino ed era venuto lì con i suoi amici, uno dei quali ebbe una storia con mia cugina. Facemmo di tutto per rivederli, anche pagare una specie di autista che di solito accompagna gli anziani a fare commissioni in città. Snobbavamo glia mici di sempre per stare con loro. Alla fine, Pasquale non venne più e non lo cercai. Sparito.

E poi c’era Gianluca, dotato del fascino dell’artista. Suonava la chitarra e sapeva disegnare. I pomeriggi a casa sua o seduti sul prato erano accompagnati dal suono della sua chitarra e dalla sua voce. Lo guardavo e sognavo di affondare le mie dita nei suoi fitti ricci mentre lui mi dedicava canzoni d’amore. L’innamoramento raggiunse il suo culmine quando, ormai abbandonato dalla ragazza storica, un pomeriggio d’agosto a casa sua, fece le prime note di Karma police dei Radiohead (in quel periodo ascoltavo in continuazione Ok Computer). Mi dissi che era il ragazzo ideale, perfetto per me. Non mi accorgevo, o forse non volevo vedere i suoi difetti e con una scrollata di spalle cancellavo dalla mente quello che di lui non mi piaceva. Avevo deciso che lui era il mio lui. Peccato che non si sia mai accorto di ciò che chiamavo amore per lui. Quanto ho sofferto per tutti gli sguardi mancati, per le occasioni di parlargli perse (eppure eravamo vicini di casa, di occasioni ne avrei avute)! Mi crogiolavo in questo lieve dolore e pregavo che si accorgesse di me. Poi, dopo due anni di infinito sconforto, una sera mentre eravamo al tavolo di una pizzeria, mia cugina (anche lei affascinata da lui) gli chiese se si sarebbe mai messo con me, e lui disse che sì, lo avrebbe fatto perché secondo lui ero una ragazza seria. Già quell’espressione, ragazza seria, cominciò a farmelo scadere. Non aveva capito niente di com’ero fatta, di me aveva colto la cosa più evidente: l’essere taciturna e poco incline a fare la papera e l’aveva trasformata in essere una ragazza morigerata. Questa immagine mi sapeva di antiquato e di bigotto. Ero delusa dall’idea che si era fatto di me. Infondo, la colpa era mia, non avevo mai cercato di farmi conoscere. Eppure, avrebbe potuto dire tante altre cose, anche più pesanti, come acida, snob. Invece, scelse quello che per lui probabilmente era un complimento, seria, e iniziò il declino dell’innamoramento che colò a picco l’anno dopo. Tutto di un botto, aprii gli occhi e vidi quello che realmente era: l’ennesimo uomo affetto dalla sindrome di Peter Pan, malato per il Signore degli Anelli e per i manga tanto da avere i modellini di tutti i personaggi, senza alcuna prospettiva di vita, perso nella sua fantasia. Se l’anno prima c’era un tocco di soddisfazione, al di là del disgusto per l’idea che si era fatto di me, nel sapere che in qualche modo ero il suo tipo, l’anno dopo capii che per lui non ero così speciale da non permettergli di provarci con un’altra, cioè con mia cugina. Non me la sono presa con lei, non aveva senso, anche lei era interessata a lui, e in realtà non ho mai mostrato di essere veramente cotta di lui. Così, loro due hanno avuto una breve e insignificante storia. Ora parlo e penso a queste cose con distacco e ironia, ma quando le ho vissute, beh stavo male perché non riuscivo a dire quello che volevo lui sapesse, non riuscivo a esprimere i miei sentimenti, né con lui né con mia cugina, facevo finta che non mi importava e intanto le mie ferite sanguinavano. Ora sono arrivata ad un punto in cui riesco a ridere di ciò e ho raggiunto una superbia e una presunzione tali da farmi pensare che non mi meritava e che se per caso avessimo avuto una storia a guadagnarci sarebbe stato lui, così come è lui ad aver perso una grande opportunità. Mi dispiace, Gianluca, la tua buona occasione è passata. Tu non hai capito niente di me, adesso la ragazza seria che ti sei figurato è cresciuta e ha fatto di quelle che erano debolezze i suoi punti di forza. Prova a maturare anche tu!

postato da: animachecrepita alle ore 20:58 | Link | commenti
categoria:vita, sentimenti
domenica, 02 luglio 2006

Anche quest’estate, come la scorsa, non andrò a passare la classica quindicina di giorni al paese di mia madre dove ho passato tutte le belle stagioni dall’adolescenza fino a due anni fa. Il soggiorno lì era un capovolgimento delle mie abitudini, della mia vita, un personalissimo carnevale fuori tempo. Uscivo tutti i giorni, prima e dopo pranzo e dopo cena. Il paese è piccolo, quindi conoscevo e incontravo un po’ tutti, ma la persona della quale non potevo fare a meno era mia cugina Simona. Era l’unica occasione per stare insieme, visto che durante l’anno eravamo a centinaia di chilometri di distanza e non ci vedevamo affatto. Ma lei merita un capitolo a parte.

Ciò che in questo periodo emerge tra i miei ricordi, oltre alle sensazioni di gioia, di leggerezza, di spensieratezza, di eccitazione per una vita che non era la mia, sono i volti e i comportamenti dei membri di quelle che ho chiamato amicizie stagionali. Gli amici stagionali sono indispensabili, importanti, interessanti fino a quando non finisce la stagione, passata la quale conservano ancora strascichi di rapporti grazie a lettere, squilli o messaggi, ma inevitabilmente sono destinati ad interrompersi (fatta eccezione per gli auguri per le feste comandate) per rianimarsi quando si appresta la nuova stagione. Ormai, non faccio parte più del circolo da quando ho deciso che non mi interessava più passare l’estate sempre alla stessa maniera. Poco male, ho scoperto quali sono le persone davvero interessate a me come amica e non come semplice antidoto alla noia. Non sono stata la vittima inconsapevole di un oscuro meccanismo. Tutti, più o meno, giocavamo a carte scoperte; tutti traevamo piacere a stare insieme solo il tempo della vacanza, troppo fievoli erano i tentativi di vederci al di fuori di esso.

Eppure, ci siamo divertiti tanto, davvero. Parlo delle incursioni pomeridiane nei paesi vicini, le curve fatte a tutta velocità o tagliate a metà, i giochetti deficienti come “obbligo o verità” fatto intorno al tavolo di un bar all’aperto della passeggiata panoramica dove si radunava tantissima gente per partecipare (indimenticabili gli obblighi sadico-erotici di mia cugina), i tornei di tressette, scalaquaranta e machiavelli di pomeriggio, la lettura delle carte fatta da mia cugina (anche in questo caso accorreva molta gente) e poi le sbronze colossali: si cominciava a bere dal pomeriggio con due tre birre, per finire a ingurgitare enormi bicchieri di tequila o di rum. Una ragazza una volta disse: “questo non è un paese per astemi”, aveva ragione. Ancora, il fumo procurato dallo spacciatore di fiducia, la casa di mia cugina che era un fumoso porto di mare e le parole scambiate con gente che, viste in occasioni diverse, non mi avrebbero interessato nemmeno un po’, ma che allora sembravano formidabili. Le cotte per idioti che non valeva la pena nemmeno guardare, ma che sembravano perfetti principi azzurri. Seguire distrattamente la processione in onore dei santi patroni come se fosse una simpatica passeggiata collettiva. Scattare miriadi di fotografie con i soliti soggetti: gli amici (presi singolarmente o in gruppo) e il panorama.

Peppe coltivava marijuana nel proprio orticello appena fuori paese. Ci provava spudoratamente con tutte e nonostante non fosse avvenente, si vantava di aver fatto stragi a destra e a manca, di essere un ottimo amatore e invitava a provare che ciò che diceva non erano bugie. Una volta mi è capitato di andare in macchina con lui e ho creduto di morire. I suoi problemi alla vista dovrebbero farlo andare più cauto, invece si lancia nelle discese come un kamikaze.

I Fratelli Nocchietta. L’origine del soprannome dei due fratelli mi è sconosciuta o forse l’ho dimenticata. Li vedevi passeggiare per il corso sempre con le solite magliette che ogni tanto si scambiavano. Non credo abbiano avuto mai una ragazza e da come si comportavano non credo la cercassero. Non li vedevamo mai vicino a un bar e quando veniva loro sete si abbeveravano alla fontana, perché l’acqua non si paga. Ogni tanto catturavano qualcuno e cominciavano a fare noiosi discorsi da vecchi o cercavano di diffondere la Parola perché erano evangelisti.

Alfonso Pit-stop: così chiamato perché si fermava solo il tempo di chiedere se ci fosse stato  qualcuno disposto ad accompagnarlo nelle sue estenuanti passeggiate e poi partiva a razzo anche da solo, il più delle volte da solo. Era il tipico bravo ragazzo che non beve, non fuma, non ha avventure, parla di cose che interessano solo a lui, ha un’opinione rasente il bigottismo e fa battute del cazzo. Per un certo periodo ho percepito un maggiore interesse verso di me da parte sua, ma ho fatto finta di non accorgermene per non sbattergli in faccia un bel due di picche. Non era proprio il mio tipo, innamorata com’ero dei maggiori stronzi in circolazione. Anche lui era poco avvezzo a frequentare bar, pub o pizzerie, probabilmente per non correre il rischio di dover offrire agli amici.

Nicola era più grande di me, ma non aveva alcun tipo di esperienza, né a livello sentimentale, né di altro genere. Come figlio unico era straviziato e iperprotetto dalla mamma che guardava noi amiche del figlio come pericolose attentatrici alla purezza del suo pargolo. Non muoveva un passo senza il consenso di mammà e, un po’ per scherzo un po’ sul serio, era assatanato: la sua preferita era mia cugina, con cui ci provava spudoratamente, ma alle volte rivolgeva le sue attenzioni anche a me.

postato da: animachecrepita alle ore 20:57 | Link | commenti
categoria:vita, sentimenti
sabato, 01 luglio 2006

Dopo una giornata calda e stancante

Dopo il contatto con persone che non vorrei nemmeno vedere da lontano

Dopo aver perso qualsiasi speranza di trovare un piccolo sollievo ad una serata andata a male  

Dopo prospettive prossime snervanti e avvilenti

Dopo tutta questa merda, dunque, riesco ancora a pensare di essere fortunata ad aver incontrato persone speciali. Un piccolissimo gesto, una frase che può sembrare banale, un ti vogliamo tanto bene! scritto per esteso, illumina la serata e mi fa riacquistare il sorriso e pensare che, oltre allo schifo esistono cose meravigliose: la leggera brezza che da sollievo al corpo accaldato, il cielo che mi regala sempre spettacoli incantevoli, e l’orgoglio di avere  come amiche persone fuori dal comune. Non è da tutti.

postato da: animachecrepita alle ore 10:01 | Link | commenti (3)
categoria:vita, sentimenti