Seduto sul sedile proprio dietro al conducente c’era Alessandro che, come tutte le mattine, aveva preso l’autobus delle 7,15 per recarsi a scuola. Arrivava quando ancora i cancelli erano chiusi e lo spazio circostante l’edificio era deserto. A lui piaceva così: assaporare appieno l’aria sadica del mattino, quella che ti strappa definitivamente dal torpore della notte, guardare i giardinetti popolarsi pian piano seduto sugli scalini gelidi per poi entrare a scuola e cominciare a lavorare. Era il bibliotecario del liceo. Alessandro, come ogni mattina, viaggiava solo. Guardava fuori dal finestrino scoprendo ciò che di nuovo gli offriva il solito paesaggio: gli alberi che cominciavano a riempirsi di gemme e fiori, una luce diversa sui campi seminati a grano, estese pozze d’acqua che riflettevano un cielo ancora nuvoloso, ma in odore di primavera. Musica assordante penetrava fin dentro le ossa. Il mondo esterno lo incuriosiva, ma dopo un po’ si stancava della routine dei discorsi consumati durante quel viaggio abituale.
Dietro di lui c’erano Gianni e Vincenzo, due impiegati statali che parlavano di calcio, della partita della sera prima. Il dialogo assomigliava a un rituale: battute che si rincorrevano avendo tutta l’aria di essere strausate. Parole come clichè per mascherare preoccupazioni, fallimenti, treni persi.
Due posti più in là, Laura pensava al suo ragazzo e a quando lo avrebbe riabbracciato e intanto intrecciava le frange della sua sciarpa colorata. Pensava che sarebbe stato più giusto tornare a scuola e ricominciare a studiare seriamente, piuttosto che passare tutta la giornata con Luca. Ma come poteva? Luca era l’unico che l’amava veramente, e poi si era affezionata alla sua maschera di ribelle. E intanto, continuava a intrecciare frange e pensieri…
Nell’altra fila di sedili c’era Carla, una donna sulla cinquantina che puzzava di fumo e di fritto. Si recava all’ospedale da suo marito, ricoverato per un infarto. Guardava l’orologio ogni minuto e pareva non dormire da molti giorni.
Alla fermata successiva entrò un gruppetto di persone, tra le quali Angelica che aveva l’aria di chi non sa bene mai dove stia andando e perché. Chiese se fosse libero il posto accanto ad Alessandro. Lui la guardò con occhi che dicono “Con tutti i posti liberi che ci sono, devi rompere le palle proprio a me?”. Lei, avendo intuito il disappunto dell’altro, fece: - È che i posti dietro mi fanno uno strano effetto…
Si sedette. Aprì lo zaino dal quale estrasse un libro. Passò un po’ di tempo ad osservare la copertina prima di aprirlo alla prima pagina. Lo richiuse, riguardò la copertina., di nuovo la prima pagina.
Maria, seduta vicino alla seconda porta dell’autobus, ripercorreva le scene vissute la sera prima. Emilio che le diceva: - Oggi è venuta a trovarmi Elisa. Ha cominciato a parlarmi del fatto che lei non si è arresa al distacco da me e che vorrebbe un’altra opportunità. Poi, ha preso la mia testa fra le mani e mi ha baciato. Non ho ricambiato e le ho detto di andare via. Mi ha chiesto scusa ed è uscita.
Maria non aveva detto una parola, al momento della rivelazione non riusciva neanche a pensare. Anzi, come se nulla fosse successo si era messa a preparare la cena e a canticchiare. Emilio l’aveva seguita in cucina:
- Perché non parli? Non mi dici cosa pensi?
- Cosa dovrei pensare? – rispose.
- Non lo so. Mi sarei aspettato una reazione diversa.
- Urla?
- Sì, forse. Anche solo delle domande.
- Mi hai detto com’è andata. Ti credo. Penso che mostrare gelosia per una sciocchezza del genere sarebbe da idioti. – In realtà, Maria avrebbe voluto saperne di più, ma non voleva fare la figura della gelosa. Voleva tenere un comportamento adulto, distaccato e superiore. Intanto, bolliva in sé tutta la rabbia nei confronti di quella sgualdrina che si era permessa un simile exploit. Era impegnativo stare con un uomo di 15 anni più grande.
Valeria e Giovanna si erano conosciute da pochi mesi e aveva istaurato un rapporto molto stretto. Prendevano l’autobus insieme, si scambiavano pochissime parole prima di immergersi nuovamente nelle loro occupazioni preferite, ognuna per conto proprio. Dall’esterno sembravano perfette estranee, ma in realtà il loro comportamento scaturiva da profonda conoscenza e complicità che andava ben oltre le parole.
Questi erano gli esseri che popolavano l’autobus che in una strana mattina percorreva la strada battuta centinaia di volte. L’autista guardava davanti a sé, pareva tranquillo e sicuro, ma dentro di sé si stava sviluppando una brace pronta a diventare esplosione se qualcosa l’avesse attizzato. Aveva saputo da voci di corridoio fondate che la azienda stava per fallire e questo avrebbe portato ai licenziamenti e alla sua fine. Aveva 50 anni e nessuna possibilità di trovare impiego. A un certo punto fu come se il suo cervello si fondesse con il pedale dell’acceleratore, più pensava e più accelerava . Sorpassava auto come se l’autobus fosse una pallina del flipper. Angelica e Alessandro non ci fecero caso, seppure fossero in prima fila. La prima che si lamentò fu Carla, che invitò l’autista a decelerare. L’autista, Nino, non la sentì e non sentì nemmeno che l’autobus sbandava, si schiantava contro il guard-rail e faceva un lungo volo giù per il ponte. Gli istanti del volo si dilatarono. Le persone si sparsero scompostamente per tutto l’autobus fino a fermarsi nella posizione definitiva quando l’autobus frenò la sua corsa atterrando sul letto quasi asciutto del torrente.
“Siamo come perle nere, schizzate fuori dal filo che le teneva in fila ordinate”: fu il primo pensiero di Angelica che era distesa a pancia in giù sul pavimento del corridoio sentendo un forte peso schiacciarle la schiena.