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Utente: animachecrepita
la continua mancanza di qualcosa (a che scopo aggiungere tra gli amici gente di cui nemmeno si conosce cosa scrive nel proprio blog? perché questa smania insensata di ammassare "amici" come se fossero accessori per abbellire la propria pagina? qui io sono ciò che scrivo, se non ti interessa è del tutto inutile contattarmi)
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martedì, 30 gennaio 2007
Fare la valigia ti da il senso reale che la tua vita sta cambiando, che davvero stai per muoverti. Ci metti dentro cose del tuo presente pensando già a come usarle nel futuro. Sale l'eccitazione mista all'ansia dell'ignoto, pensi "ma chi me l'ha fatto fare?" e subito dopo ti fai prendere dalla frenesia e vorresti partire all'istante.
postato da: animachecrepita alle ore 15:55 | Link | commenti (8)
categoria:pensieri, vita, sensazioni, sentimenti
lunedì, 29 gennaio 2007

Nuovo taglio di capelli, unghie smaltate di rosso scuro, la sciarpa colorata, quasi in partenza, riscoprirmi liberamente e orgogliosamente caustica. Sono di nuovo io, sempre la stessa, mai la solita.


Sono la stasi che cambia vestito qui per te
sono l'inganno che non vuoi scoprire qui per te... (germi, afterhours)

postato da: animachecrepita alle ore 17:25 | Link | commenti (5)
categoria:pensieri, vita, sensazioni
domenica, 28 gennaio 2007
Proprio una giornata perfetta, nonostante la pioggia, il freddo e l’incompletezza. Giornata da perderci la testa e lo stomaco.
 
Perfect Day –Lou Reed

Just a perfect day
drink Sangria in the park
And then later
when it gets dark, we go home

Just a perfect day
feed animals in the zoo
Then later
a movie, too, and then home

Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spend it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on

Just a perfect day
problems all left alone

Weekenders on our own
it's such fun

Just a perfect day
you made me forget myself
I thought I was
someone else, someone good

Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spent it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on

You're going to reap just what you sow
postato da: animachecrepita alle ore 17:28 | Link | commenti (1)
categoria:pensieri, musica, vita, sensazioni, sentimenti
domenica, 21 gennaio 2007
Cerchi Nell’acqua - Paolo Benvegnù

Frantumare le distanze
Superare resistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché
Il tuo viso le mie mani sono la stessa gioia immensa
È luce invisibile da succhiare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali
Come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare e si infrangono
 
Frantumare le distanze
Superare le esistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
che ogni istante si scioglie in quello a venire
Come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono
postato da: animachecrepita alle ore 17:56 | Link | commenti (6)
categoria:pensieri, musica, vita, sensazioni, sentimenti, canzone del giorno, paolo benvegnù
giovedì, 18 gennaio 2007

Riporto l'articolo trovato su "Corriere della sera".it.

Chissà come mai nessuno si interessa seriamente della questione

Genova, il processo congelato per quanto riguarda la parte più delicata. Nomi noti della Polizia sono imputati di calunnia e falso

Blitz alla Diaz, sparita la prova contro gli agenti
L’irruzione nella scuola durante il G8: non si trovano le molotov che sarebbero state portate dagli investigatori
GENOVA — Dopo l’agente con la coda da cavallo e le firme sui verbali di arresto, ci siamo giocati anche Gutturnio e Colli Piacentini. Sparite nel nulla. Le due bottiglie molotov addebitate ai 93 ragazzi arrestati durante la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz, non si trovano più. In quell’ormai lontano G8, luglio 2001, una vita fa, dovevano essere la «prova regina», la conferma della pericolosità dei giovani finiti in manette. Divennero invece il fulcro dell’inchiesta sui poliziotti coinvolti in quella sanguinosa perquisizione. La «prova regina» era falsa. Fabbricata ad arte per incastrare i 93 no global e giustificare così un pestaggio a freddo, violentissimo, una specie di rappresaglia.
Gli ordigni erano stati sequestrati durante gli scontri del pomeriggio, e portati alla scuola da due agenti mentre il blitz era in corso. Sono il fulcro del processo che dall’aprile 2005 si sta celebrando nell’Aula magna del Tribunale di Genova. In Italia, è avvolto in una nuvola di silenzio. All’estero è diverso. Alcune udienze sono state «l’apertura» del telegiornale della Bbc, quando a deporre fu il giornalista inglese Mark Covell, massacrato a calci e pugni dagli agenti davanti al cancello della scuola; altre sono finite in prima pagina sulla Frankfurter Allgemeine, quando venne rievocato il calvario di Lena Zuhlke, vent’anni, tedesca di Amburgo, un anno di ospedale per riprendersi parzialmente dalle fratture e dalle lesioni provocate dalle scarpate dei poliziotti. Qui da noi, il nulla, anche se tra gli imputati vi sono nomi molto importanti della polizia italiana, accusati a vario titolo di falso, calunnia, lesioni gravi.
Eppure di cose ne succedono, nelle due udienze settimanali. Il clima è sempre frizzante. Sulla porta dell’aula ci sono sempre agenti che prendono le generalità di chi entra ed esce. L’udienza di ieri era di quelle importanti, lo testimonia la presenza di tutti gli avvocati degli imputati, evento mai successo dall’inizio del processo. Doveva deporre il dirigente Valerio Donnini, all’epoca responsabile del reparto che raccolse le molotov per strada. La discussione entrava nel vivo, insomma. Il legale di uno degli imputati ha chiesto che venissero mostrate in aula le due molotov. Durante tutta l’inchiesta, i riconoscimenti sono stati fatti tramite foto dei due ordigni, ma in dibattimento viene chiesta la sua ostensione. È uno stratagemma difensivo abbastanza comune. Trattandosi di corpi di reato, le due molotov dovrebbero essere a disposizione del Tribunale. Soltanto che nessuno le ha mai viste.
L’ultima notizia delle due «prove regine» risale alla notte dei tempi. Il 7 maggio 2002, la Procura chiede alla questura di Genova il numero esatto delle bombe incendiarie sequestrate nei giorni del G8. Sono cinque, è la risposta della Digos. Tre sono state distrutte, le altre due sono quelle della Diaz e sono custodite negli uffici della Polizia scientifica. Da lì in poi, nessuno ne ha più saputo nulla. Nei reperti del processo, quelle bombe non sono mai entrate. Nella storia di quest’inchiesta non è la prima volta che si verificano misteriose sparizioni. Era successo già un’altra volta, poco prima del rinvio a giudizio dei poliziotti. Erano scomparsi i tabulati telefonici ottenuti dalla Wind. La questura di Genova sosteneva di averli inviati in procura. Alla fine, vennero ritrovati negli uffici della Squadra mobile.
È molto probabile che la sparizione delle molotov sia attribuibile soltanto ad incuria e trascuratezza. Ma quel che emerge dal processo della scuola Diaz è la scarsa collaborazione delle forze dell’ordine quando sono chiamate a indagare su se stesse. Nelle ultime udienze è stata certificata l’impossibilità di identificare un poliziotto dalla fluente coda di cavallo fotografato in primo piano durante l’irruzione. Parla con altri agenti, dà ordini. Nessuno l’ha riconosciuto. Così come nessuno degli altri firmatari del falsissimo verbale di arresto dei 93 no global ha saputo indicare di chi è la quindicesima firma posta sul documento.
L’eccezione si chiama Luca Salvemini, fa il vicequestore a Palermo e nel giugno 2002 venne incaricato dalla procura di Genova di indagare sui falsi commessi dai poliziotti. Lo fece. E la scorsa settimana, si è limitato a raccontare in aula come le due molotov siano state introdotte alla Diaz mezz’ora dopo l’inizio della perquisizione, mentre i migliori investigatori d’Italia parlottavano tra loro nel cortile dell’istituto senza accorgersi di nulla, nel migliore dei casi. La sua deposizione ha inevitabilmente messo in risalto l’omertà e la mancanza di collaborazione degli altri suoi colleghi. Il riassunto delle puntate precedenti finisce qui. In attesa del ritrovamento delle molotov, se mai avverrà, il dibattimento va avanti a scartamento ridotto. Il tribunale ha deciso di «congelare» le testimonianze relative alle bottiglie incendiarie. Senza Gutturnio e Colli Piacentini, almeno per ora i vertici della Polizia sono dispensati dalla spiacevole incombenza.
Marco Imarisio
18 gennaio 2007
postato da: animachecrepita alle ore 11:05 | Link | commenti (1)
categoria:pensieri, vita
mercoledì, 17 gennaio 2007
Seduti su una panchina di un’anonima stazione, i due continuarono a parlare come avevano fatto ininterrottamente per tutta la giornata dal momento stesso in cui si erano incontrati. Le parole fluivano con naturalezza come se tale complicità fosse il risultato di tanti anni di conoscenza. Su quella panchina di marmo ghiacciato si era formata tra i due una distanza fisica: 40 centimetri circa, 40 lunghi e invalicabili centimetri. A rimarcare tale lontananza c’era la borsa di lei messa di traverso. Avrebbe voluto percorrere quel tratto, appoggiare la testa sulla spalla di lui e stringersi al suo braccio per sentire il calore di quel corpo fondersi col freddo del suo. Però sentiva quella distanza come un muro. A nulla valse togliere la borsa e sistemarsi nella sua posizione. Se lui avesse fatto un solo piccolo passo lo spazio vuoto sarebbe diventato facilmente colmabile, ma non si mosse. Era giusto così. Era una battaglia che lei doveva combattere con i propri demoni, da sola. Decise di arrendersi: si strinse le ginocchia contro il petto cullandosi lievemente mentre il treno arrivò.
Andò via di fretta per non vedere quell’attimo di pacificazione con se stessa e con il mondo, di gioia, di tenerezza correre via. Le rimase comunque la splendida sensazione di aver trovato un abitante del suo stesso pianeta. E non era poco.
postato da: animachecrepita alle ore 15:44 | Link | commenti
categoria:parole, pensieri, visioni, vita, sensazioni
domenica, 14 gennaio 2007


Da qui - Massimo Volume

Vivo in un posto dove tutto quello che accade
sembra accadere per caso
Una strada attraversa il paese
Il paese è quella strada
Nessuno ha scelto di vivere qui
Ma c'è qualcosa che ci trattiene
Perchè anche se non c'è amore
a volte
a volte c'è qualcos'altro

postato da: animachecrepita alle ore 16:39 | Link | commenti (3)
categoria:pensieri, musica, ricordi, sensazioni, canzone del giorno, massimo volume
giovedì, 11 gennaio 2007

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Fabrizio De Andrè. Credo che non ci siano altre parole per ricordarlo e dirgli ancora grazie se non le sue.

 La Guerra Di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi

Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

Così dicevi ed era d’inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcarr la frontiera
in un bel giorno di primavera 
E mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue 

E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore 

E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia

Cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

Cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno 

E mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi il fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

postato da: animachecrepita alle ore 10:56 | Link | commenti (1)
categoria:musica, fabrizio de andrè
mercoledì, 10 gennaio 2007
Questo è un libro che non può non essere letto. Stupendo, originale, non banale. Un uomo vede una donna che dai suoi gesti sembra volersi chiudere in sé, isolarsi dalle persone che le stanno intorno e ne è talmente colpito che decide di mandarle una lettera. Così inizia un lungo rapporto epistolare in cui i due protagonisti a poco a poco mostrano la propria natura. Essi creano un mondo separato, fatto unicamente di parole scritte sulla carta e di molta immaginazione. È proprio l’affermazione dell’importanza dell’immaginazione nei rapporti umani, in special modo in quelli di coppia, a rendere questo libro unico. All’inizio, gli unici abitanti di questo mondo immaginifico sembrano avere caratteri già ben delineati, ma con lo scorrere delle pagine, il fluire delle lettere, prendono forme diverse. Fanno dono l’uno all’altra dei più intimi e inconfessabili segreti e ricordi. Le due anime si uniscono in una treccia così indistricabile che la donna, ormai spiazzata e ossessionata da questo rapporto vuole incontrare di persona l’uomo, il quale dal suo canto mette fine alla relazione.
Un finale impensabile, e potente come ogni pagina di questa storia.
Ancora una volta trovo conferma del fatto che le parole sono vita tangibile, afferrabile. Sono carne e sangue. (scusate la continua affermazione del concetto)
Ed è anche una riflessione tutta personale sulla possibilità di trovare qualcuno disposto ad ascoltare tutta la tua verità e a raccontartela, impudicamente. Senza schemi o schermi, senza frasi fatte, senza vergogna. Un rapporto autentico dove ognuno è limpido e cristallino.
 
…E poi, cosa ne capisci, tu, di questa meraviglia, quando un perfetto sconosciuto all’improvviso si trasforma nel fulcro vivo di tutti i sentimenti, di tutti i pensieri e tutte le fantasie? Cosa ne sai di esaltazione, come puoi capire una scintilla come questa tra due estranei, assolutamente estranei, che conoscono tutti gli articoli della costituzione e non hanno dubbi che dopo, passata la tempesta, torneranno ad essere soli? Soli
postato da: animachecrepita alle ore 17:52 | Link | commenti (3)
categoria:lettere vive
giovedì, 04 gennaio 2007
Finalmente si parte!
Fra meno di un mese vado in Giappone, destinazione Tokyo, “la capitale orientale”. Diventerò una dei suoi 30 milioni di abitanti e sono più che entusiasta. Spero di fare tante cose, tra le quali quella che nemmeno in Italia faccio: parlare, parlare, parlare. E pensare solo in giapponese e stringere amicizie e trovare prospettive migliori in tutti i campi. Forse non dovrei, ma mi aspetto grandi cose da questo viaggio, soprattutto che faccia luce sul mio futuro, che mi indichi la mia strada. Dopo tante batoste, merito anch’io di essere illuminata. Anche se starò lì solo per un mese e mezzo, voglio visitare il più possibile, emozionarmi fino alle lacrime osservando cose che mi hanno lasciato senza fiato solo guardandole sui libri.
È un viaggio tutto mio: parto da sola, pago di tasca mia fino all’ultimo yen, di questo sono molto orgogliosa. Adesso so che è valsa la pena aspettare, contrariamente a quelli che dicevano che stavo perdendo tempo. Ora posso rispondere che no, non perdevo tempo. Ora è il tempo giusto per partire (anche se ho una lieve ansia), dopo aver risparmiato soldi con un lavoro poco gratificante che mi permette di non chiedere niente a nessuno. Così, solo così potrò vivere l’esperienza fino in fondo, senza limiti, senza sensi di colpa. Certo, sono un po’lenta, poco istintiva e forse nemmeno coraggiosa, ma credo che chi ha la stoffa per emergere, emerge suo malgrado, non importa quanto dovrà aspettare.
Allora: Nihon, watashiwo machinasai! (trad.: Giappone, aspettami!)
postato da: animachecrepita alle ore 18:46 | Link | commenti (11)
categoria:pensieri, giappone, vita, sensazioni, sentimenti