È da un po’ di tempo che non sento quell’impulso irrefrenabile di trasferire le immagini che ho nella mia testa su carta. Anzi, non ho immagini così potenti da svegliarmi la notte e desiderare di scrivere. Mi sento inaridita. La scrittura è l’unica cosa che mi innalza dalla mediocrità che incombe, mi riacciuffa per i capelli quando sto sprofondando troppo in me. È un modo per rimanere in vita. Non sto parlando di vita intesa come esistenza, credo che sopravvivrei anche senza scrittura, ma certo sarebbe più dura e perderei del tutto il senso di me.
Ho bisogno di ritrovare quel guizzo, quella scintilla che mi fa emozionare fino alle lacrime e gioire della mia fantasia, quella che non mi fa sentire fame, non mi fa dormire. Ho bisogno di nutrire ancora i miei sogni, lasciarmi trasportare dalle parole, cullarmi con il loro suono. Ritrovare quel senso di pienezza che solo la scrittura sa darmi. Solo la scrittura mi accende il cuore, mi consola quando non c’è niente da salvare e mi esalta quando sono contenta.
Rivoglio la mia scrittura!
[…]Non so come a volte le braccia non si stacchino dal corpo per la stanchezza, e come la testa non vada in pappa. Faccio una vita aspra, deserta di qualsiasi gioia esteriore, senza nient’altro per sostenermi che una rabbia permanente, che a volte piange di impotenza, ma che è costante. Amo il mio lavoro con un amore frenetico e perverso, come un asceta ama il cilicio che gli raschia il ventre.
A volte quando mi sento vuoto, quando l’espressione si nega, quando, dopo aver scarabocchiato lunghe pagine, mi accorgo di non aver fatto neppure una frase cado inebetito in una palude interiore di noia. Mi odio, e mi accuso per questa demenza orgogliosa che mi fanno affannare dietro una chimera. Un quarto d’ora dopo è cambiato tutto, e mi batte il cuore di gioia.[…](Gustave Flaubert, Lettera a Louise Colet, 24 aprile 1852)