Ritorno a casa
Il tornare non è mai stato così felice come questa volta. Avevo proprio voglia di ritrovare le mie cose, di sentirmi a casa, della mia vita sul pavimento, delle mie lenzuola, della mia tazza, di non sentire discorsi fintamente intellettuali, di non avere persone false intorno a me, di non dovermi comportare diversamente da quella che sono. In una parola, di essere libera. Adesso mi sono riappropriata di sogni che avevo accantonato e chissà che questa volta non trovi il coraggio di realizzarli.
Veronesi, bella gente
Premessa: quello che dirò in questo post deriva da un’esperienza del tutto personale, quindi non generalizzabile. Perché penso che se tra le persone di Verona che ho incontrato la maggior parte è come andrò a scrivere è solo una sfortunata coincidenza.
Vorrei parlare dei veronesi sparagnini, bramosi di accumulare quanta più ricchezza possibile per pagare o mantenere una casa in quel cimitero dell’edilizia che è borgo Trento, massa informe e lugubre di mattoni e vegetazione o per farsi 15 giorni di vacanza per poi vantarsi con chiunque. Hanno mille trucchetti per risparmiare e ammonticchiare risorse come la formica della fiaba. Certo, se non sono loro a dover elargire denaro allora evviva lo scialo e gli affitti carissimi!
Il taccagno veronese è quello dal sorriso facile e dall’eloquio amabile, ma sotto sotto ha nascosto un contatore, giurerei al posto del cuore, con il quale calcola il guadagno che può ricavare da te, quanto gli puoi fruttare. Ma se sgarri, se non rispondi alle sue esigenze, tira giù la maschera e ritira anche la finta gentilezza. Si chiude nella paura che lo possano derubare, erge palizzate dotate di antifurto intorno al proprio orticello, mette i gioielli in banca e non esce per paura dell’invasore, addestra i cani alla sua stessa diffidenza.
E allora, lunga vita a chi non ha timore che l’altro lo possa fregare, gli possa rovinare la mercanzia, consumare le forniture!
Perché affliggersi con l’accumulo e il controllo, il calcolo e la difesa?
Singhiozzi di vita
Verona, due mesi passati, la professione di editor, le case editrici fasulle, la borghesia scaligera, il finto compagnume, il sindaco leghista (per la miseria!), la luce come un rosso abbraccio, l’Adige eloquente, Castelvecchio e i chitarristi davanti al sole al tramonto, via XX settembre vince su piazza Erbe per umanità, piazza Erbe è bella senza il popolo dello spritz, piazza Dante e la gioventù annacquata, la collega siciliana, i discorsi ai bordi delle strade, le confidenze al gusto di vino bianco, i dibattiti politici alla birra, una casa che non è casa, le carezze che non sono carezze, Angelo che va via dai miei pensieri senza bisogno di scacciarlo violentemente, altri pensieri che affollano la vita, Vinicio Capossela all’università (magnifico più del rettore), un professore di antropologia imbarazzante, un inedito e due canzoni stupende e ancora parole, Sottoriva, il pranzo con l’autore, le discussioni sulle modifiche, le recensioni, dialoghi telefonici con scrittori, l’autorità gratuita di dire “no, non va bene” ed essere ascoltata, Vicenza, gli amici che diventano sempre più amici, mici come nipotini pelosi, Sesto al Reghena, Afterhours in acustico, ispirazione e malinconia, gioia e solitudine, condivisione di esperienze, nuove versioni, immagini e suoni da rimanerci secca, giardino desolato, bagnato dal sole inclemente, asciugato dal vento benevolo, stabilità ambita e rifuggita, voglia di perdersi e ritrovarsi, smania di contatti amichevoli, di estraniazione totale, stella cadente vista in piazza dei Signori e nemmeno un desiderio a portata di mano.