Ma non è magia di bacchette o illusionismi. È magia vera, guaritrice. Fatta di polvere e sudore, di una lunga attesa e di una strada percorsa con il batticuore dell’innamoramento.
La fase preparatoria al rito ha inizio con un lungo viaggio in treno guardando lo scenario che cambia e la terra, fino a un certo punto grigia, che diventa rossa, che verrebbe voglia di infilarci le mani. Ogni tanto spiego qualcosa alla mia amica che per la prima volta mette piede in Puglia e lo fa nel migliore dei modi, percorrendola tutta da nord a sud. Non parliamo di quello che ci attende, forse per non creare troppe aspettative o forse perché il rituale prevede il silenzio fino al suo vero inizio.
Aspettiamo con impazienza e una punta di indignazione il treno delle Ferrovie del Sudest a cui va il primo premio per la disorganizzazione. Menomale che, nonostante la cancellazione arbitraria di una corsa e il ritardo di mezz’ora di un’altra ha fornito vagoni sufficienti a contenere la grande folla accumulata alla banchina dei binari 6 e 7 di Lecce.
Siamo arrivate a Melpignano in tempo per ritagliarci uno degli ultimi posti disponibili sul prato antistante il palco, mangiare e fare una foto.
Poi: musica di sottofondo e una voce che declama alcuni versi (non mi è dato sapere né di chi fosse la voce, né di chi fossero i versi, tra l’altro molto belli) e via con la pizzica. Le gambe e le braccia, fino a quel momento rimaste inerti, quasi stanche, cominciano a muoversi a ritmo dei tamburelli. Balliamo e avanziamo nella folla. Ad ogni canto avanziamo di qualche metro, fino ad arrivare alla seconda transenna. Il sudore mi bagna i capelli e cola sui vestiti anch’essi zuppi, il cuore batte all’impazzata, sto per avere un infarto, penso, ma continuo a ballare perché non sono mai stata così bene. La folla, molte volte mia nemica, diventa familiare e non m’importa di toccarli quei corpi anch’essi sudati, non m’importa dell’acqua gelida che annaffia la mia pelle accaldata, delle gocce di vino che macchiano i miei indumenti, della terra che sporca i miei piedi quasi nudi (per la scelta delle scarpe ci sarebbe da aprire un capitolo a parte). L’unica cosa davvero importante è ballare, muovermi come una tarantolata, perché è ciò che sento di essere, almeno idealmente. Incrocio sguardi e so che al di là di essi c’è il mio stesso pensiero e sono felice di far parte della moltitudine. Mai stata meglio, mi ripeto. Canto, urlo e continuo a ballare. Nelle pause chiacchiero spigliatamente con sconosciuti, come se non avessi fatto altro in vita mia. Non ho bisogno di vino o altre sostanze perché ho già accarezzato lo stato di grazia in cui nulla è più importante delle sensazioni vive e crude che provo. Anche la stanchezza diventa bella, il dolore alle ginocchia e alle spalle un punto a favore del mio benessere e della consapevolezza di avere un corpo.
Usciamo dalla bolgia solo quando il ritmo rallenta e solo per una breve boccata d’aria e un giro distratto tra le bancarelle.
Ritorniamo in mezzo alla fiumana danzante e ricominciamo a muoverci senza sosta fino alle cinque, quando finisce il concertone e stanche e felici torniamo al treno.
Non è ancora arrivata l’alba che già facciamo progetti per l’anno prossimo. Abbiamo iniziato una tradizione, sono contenta di aver contagiato la passione per la pizzica ad una ciociara. 
P.S. : il maestro concertatore Mauro Pagani è stato davvero eccezionale, grande carisma e carattere sul palco, ma ha saputo essere molto umile quando ha reso omaggio a chi l'ha preceduto. Violinista magistrale, da dieci e lode. Sangiorgi ha saputo regalare delle belle emozioni, la sua voce si presta molto bene a questo tipo di musica. Un tantino campanilista quando ha salutato solo il Salento, snobbando tutti gli altri, poco carino. Morgan, nonostante non sia proprio di quelle parti, ha dato il meglio di sé in un'interpretazione non facile, ancora una volta si è rivelato degno della parola artista.

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