Le recensioni le facciano i vari Bertoncelli, recensori veri o presunti o autoproclamatisi tali (pur non avendo alcun titolo) sui giornali e sui vari siti musicali. Sono pienamente d’accordo con Moretti quando parla di questa categoria (nel film si parla però di esperti di cinema) e dice: “Ecco, penso, ma chi scrive queste cose non è che la sera prima di addormentarsi ha un momento di rimorso?”, denunciando un modo di fare critica assurdamente narcisista, in cui le parole più che spiegare diventano specchi in cui l’ego del recensore si specchia e si compiace, ingiustamente aggiungerei. Un linguaggio senza senso, ridondante fino al grottesco.
Rimango sempre molto stupita dal fatto che spesso chi scrive di musica non solo non capisce niente di musica e non fa niente per mettersi in pari, ma molto spesso parla di dischi che sì e no ha sentito una volta di sfuggita. Tanto più non capiscono di musica tanto più sono boriosi e ridicoli. Internet in questo caso non aiuta. Infatti, i vari intenditori musicali della rete fanno il verso ai grandi giornalisti di riviste specializzate, non avendo né le capacità, né un lessico appropriato. Così si lanciano in invettive o stendono tappeti rossi a questo o quel artista, e intanto sbagliano un congiuntivo, coniano parole che non esistono, si dimenticano della sintassi. Per non parlare dell’idiozia dei contenuti. Insomma, non si salva né forma né sostanza.
Tutto questo preambolo per annunciare che il mio cd autunno/inverno 2008/2009 è senza ombra di dubbio il già citato Da Solo del già osannato Vinicio Capossela (del quale ho letto un sacco di recensioni da far rabbrividire per i motivi sopra elencati, esempi: qui e qui).
Se c’è un dio che ogni tanto si mostra benevolo verso le sue creature, sicuramente ci ha mandato Vinicio per rinfrancarci almeno un po’ dai vari casini quotidiani, dalle enormi e numerose bruttezze che ci riserva questo mondo infame e in particolar modo questo Paese agonizzante.
Dal punto di vista musicale, gli strumenti inconsistenti ( chitarra fantasma, theremin, spartiti da banda,tromba della salvezza, mighty Wurlizer teather organ, sega musicale, cristallarmonio, piano tallone, registratori, banco dei suoni, fischio del buonumore, violoncello, mariachi, strumenti giocattolo, battiti… ) creano un’atmosfera magica, d’incanto, quasi da fiaba. Viene fuori un mondo abitato da esseri fantastici, come Il gigante e il mago ottimi compagni quando ti sei perso e non sai più come fare (E se non c’è più dove andare/e non c’è più a chi ritornare/e la cicala ha già cantato/e l’inverno ora è arrivato/e non hai più porte da bussare/solo cartoni da rifare/ti puoi consolare/col gigante e il mago).
La felicità con le gambe corte, ovvero la clandestinità, è un concetto molto caro al cantautore ed è presente in molte sue canzoni. È un pensiero sfuggente, impalpabile: una libertà monca, in cui assaggi la gioia di essere libero, ma poi torni a casa e rimandi la partenza. (Come un uccello che ha provato ad esser libero/ e che muore appena fuori/sono restato senza ali e senza te).
Parla piano è una bellissima ballata in cui la voce profonda e il piano sono predominanti su un tappeto di suoni quasi impercettibili. Si parla di bugie e di amore, di bugie in amore. In maniera così dolce che non sai se ti accarezza o ti ferisce e vorresti tatuarti le parole di questa canzone e mostrarle all’occorrenza (Quando ami qualcuno/meglio amarlo davvero e del tutto/o non prenderlo affatto/dove hai tenuto nascosto/finora chi sei ?)
E poi quando ascolti Una giornata perfetta ti vien voglia di imparare il tip tap e ballarlo tutto il giorno vestito da charleston, molto retrò, quindi adorabile (Non si è fatti per stare a soffrire/andarsene se è ora di finire/affidarsi alla vita senza più timore/amare con chi sei/dare a chi ti dà/e non desiderare sempre e solo quello che se ne va…).
Il paradiso dei calzini sembra una canzone per bambini, di tutte l’età. Se si vuole può essere letta anche come una tenera metafora del perdere il proprio doppio, o la persona amata (forse concetto troppo banale). In questo smarrimento però ci si ritrova con altri che sono nella stessa condizione e allora, Nel paradiso dei calzini/non c’è pena se non sei con me.
Orfani ora è la mia preferita. Non posso fare a meno di emozionarmi tutte le volte che l’ascolto. Parte con un sussurro, una richiesta, per crescere con un piano che, da ignorante di musica, definirei grave. E nuda è la strada e i binari e le insegne/e nuda sei tu/il mondo ora è nudo /se non lo copre il tuo sguardo: non sono parole preziose?
Sante Nicola è una canzone squisitamente invernale e natalizia. Si respira l’aria dei racconti di Dickens (che povertà non sapersi parlare/e vedersi passare/vicini e muti/chiusi nel rancore).
Vetri appannati d’America è composta da una serie di istantanee sulle caratteristiche del Paese della distanza, tutte molto malinconiche, quasi decadenti. Il tono non è di denuncia, ma di partecipazione (il cancro è andato/ora restano le spese).
L’altra parte della sera colpisce per una voce struggente che racconta una storia di solitudine o solitudini.
La faccia della terra, invece, un vero e proprio racconto con dei personaggi e le loro vicende. Il banjo la fa diventare una canzone country, dal sapore Old America, ma con un tocco di Messico.
Una specie di filastrocca musicata, Lettere di soldati, in realtà è una canzone molto dura che descrive le difficoltà e le angoscianti condizioni dei soldati(Il deserto è tranquillo/non c’è linea del fronte/pattuglia di guardia/a balia del nulla/nulla che esplode/rovente nell’aria/odore di gomma/e carne bruciata/e pezzi di cranio/ e cervella per terra/e pezzi di faccia/e pezzi di noi). Di grande effetto il battito del cuore che accompagna tutto il brano.
Alla fine, Capossela afferma che Non c’è disaccordo nel cielo in contrasto con ciò che avviene sulla terra. La musica è di Lehman.
C’è anche una traccia fantasma: un concentrato di tutte le canzoni del disco che a tratti, una alla volta emergono. E la magia è conclusa…