Ci sono cose preziose e fragili che non vorrei perdere mai. La felicità di andare ad un concerto e ascoltare buona musica, sentirsi partecipe di un rito collettivo è una di queste. Ancora meglio se accarezzi tale stato di grazia dopo un bel po’ di incertezze e di fatica. E così, comprare il biglietto per il concerto dei Depeche Mode molti mesi prima si è rivelata un’ottima scelta (ne ho parlato qui). Le incertezze erano dovute al rischio che venisse cancellata la data a causa delle condizioni fisiche di Gahan, operato per un tumore maligno alla vescica, o che il concerto potesse aver luogo, ma sottotono rispetto alla norma. Invece, mio dio quell’uomo è indistruttibile!, il live è stato più che soddisfacente, a partire dalla scaletta varia e molto ammiccante (chi accetterebbe un concerto dei DM senza Personal Jesus?).
Ore ventuno: si spengono le luci, i maxischermi proiettano delle immagini, istanti di silenzio, si vedono delle ombre indistinguibili che si muovono sul palco, un colpo allo stomaco, parte la musica di In chains. Wow, allora è proprio vero, mi dico. L’acustica dello stadio pur non essendo ottima è molto più accettabile di quel che immaginassi. Avendo iniziato con una mezz’ora d’anticipo la gente, spiazzata, è ancora intenta a prendere posto (dico io, si può andare a un concerto giusto mezz’ora prima e pretendere di prendere i posti assegnati? Non siamo mica alla Scala!), quindi i primi brani non sono riuscita a sentirli fino in fondo, distratta dal movimento frenetico di chi mi stava intorno. Da subito si intuisce che Dave è nuovamente risorto meglio della fenice che ha tatuata sul petto. Canta in maniera impeccabile (tranne qualche stecca, ma ci sta), balla in maniera energica e sinuosa, trasudando carisma. È umanamente impossibile non tenere gli occhi fissi su di lui e fremere per ogni suo urlo. Ne fanno le spese gli altri componenti del gruppo, Andrew Fletcher è in pratica invisibile, Martin Gore una via di mezzo fra i due, anche se l’esecuzione di Little soul e Home ha regalato allo spettacolo sfumature intimiste e delicate. La cosa più bella è stata percepire la voglia del gruppo di includere gli spettatori nello show. A differenza di molti altri artisti che narcisisticamente vestono i panni di sacerdoti a cui spetta il compito di dar vita alla cerimonia, i DM, a mio avviso,si adoperano per creare un filo immaginario, ma sentito e voluto, tra il palco e la folla. E al contrario di numerosi gruppi (sto pensando agli U2), nati negli stessi anni, non sono invecchiati per niente. Il loro sound è inconfondibile, ma ogni album, ogni canzone è un mondo a sé.Non si sono lasciati cullare dal successo per comporre sempre la stessa canzone.
Emozionante il gioco di luci e immagini che accompagna ogni canzone. C’era spazio per tutto: un corvo che vola su un deserto grigio sulle note di Walking in my shoes; una poesia del sufi Hafiz con Precious; inevitabili scene di manifestazioni pacifiste con Peace il cui ritornello è stato ripetuto da tutti più volte come un mantra, come una formula magica; colori accesi e riprese live; video hot (scene lesbo con Strangelove). È stato nel complesso un crescendo di emozioni e di energia. Le performance migliori: la già citata Home, dolce e intensa; la cupa In your room, la strepitosa I feel you (mi sono sciolta come un giacciolo al sole di ferragosto); l’inevitabile Enjoy the silence; il bis Stripped; fino all’apoteosi di Personal Jesus, che all'inizio sembra riprendere la cover (magnifica) di Jonny Cash, durante l'esecuzione sugli schermi scorrevano le immagini dei componenti del gruppo che allargavano le braccia per prepararsi a un corale “Reach out and touch faith”, e l’arrivederci più tenero che ci sia con Waiting for the night, versione nuda e cruda: Gahan e Gore all’estremità della passerella che cantano e quasi si abbracciano. Un live pazzesco, un’energia incredibile, una compenetrazione sensoriale e affettiva che raramente giunge da manifestazioni del genere. Abbiamo ballato, cantato a squarciagola, riso e ci siamo commossi come se per una volta fossimo tutti davvero sotto lo stesso cielo, come se tra il di qua e il di là non ci fosse nessuna barriera. 
PS: l'unica nota dolente è stata il post concerto. Mezzi pubblici inesistenti, taxi superoccupati. Non mi stancherò mai di ripeterlo: il trasporto pre e post concerto deve essere una premura dell'organizzazione, visto che le istituzioni pubbliche sembrano non interessarsene. Non si possono lasciare in balia degli eventi 50mila persone.