Assistere a un live è la cosa più esaltante che possa fare.
Ci sono due sensazioni opposte, ma entrambe importanti, che mi accompagnano durante un concerto, quando si creano le condizioni ideali. Una è la precisa percezione che le persone sul palco stiano suonando solo per te: le persone, le urla, gli spintoni, tutto scompare. Ci sei solo tu che ascolti quello che hanno da dirti i musicisti, anzi tu senti dalle viscere fino all’estremità del tuo corpo che quelle note, quelle parole sono destinate solo a te. E non importa se nella realtà non è così. Se riesci a comprendere la magia di un simile sentire, il resto non conta. Non conta affannarsi per farsi notare, non contano autografi o strette di mano. Quando hai condiviso (nella realtà o nell’immaginazione) un simile momento puoi sentirti soddisfatto per il resto della serata e per i giorni a venire. L’altra sensazione invece riguarda la condivisione di uno spazio, di un tempo, di un ritmo con la massa, usando la parola, questa volta, in un’accezione positiva. Non ci sei solo tu, il corpo non è solo il tuo: appartiene alla massa, a quell’agglomerato di braccia gambe teste sudori che si muovono freneticamente, che lottano per liberarsi dai limiti della vita quotidiana. Finalmente tu, che professi la tua libertà da qualsiasi vincolo, appartieni a qualcosa.
Con queste parole si possono riassumere le due serate cariche di buona musica a cui ho assistito nei giorni scorsi.


È stato piacevole ritrovare il maestro Gabrielli che con i Calibro 35, di cui è leader/portavoce, sembra un’altra persona: libero di esprimere fino in fondo quello che vuole, non che negli Afterhours sembrasse ingabbiato, ma è lampante che la musica che fa con il suo gruppo è sua del tutto, è un figlio che mostra con orgoglio.



Come primo concerto dei Marlene Kuntz è stato godibile, nonostante sia stato un po’ più corto del previsto (maledetti limiti di orario!!!) e la voce di Godano alle volte fosse quasi impercettibile, sovrastata dalle chitarre, facendo perdere la poesia dei suoi testi. In fondo cosa sono i Marlene se non rock poetico?
E poi la Bandabardò: sublime e terrena gioia di vivere. Tutti i sensi appagati in un tripudio di colori suoni danze. Ognuno ha contribuito allo spettacolo, nessuno si è risparmiato.
Unica nota negativa: ho perso la mia cara dolce spilletta giapponese: sono due gufetti gialli e arancioni di stoffa con gli occhi mobili. Se qualcuno l’ha trovata fatemi sapere se le creature stanno bene, solo questo.
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Per chi come me non ha fatto in tempo a vedere e ascoltare De André dal vivo, andare al concerto di chi ripropone fedelmente le sue canzoni