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la continua mancanza di qualcosa (a che scopo aggiungere tra gli amici gente di cui nemmeno si conosce cosa scrive nel proprio blog? perché questa smania insensata di ammassare "amici" come se fossero accessori per abbellire la propria pagina? qui io sono ciò che scrivo, se non ti interessa è del tutto inutile contattarmi)
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mercoledì, 29 luglio 2009

calibro35-chitarristaAssistere a un live è la cosa più esaltante che possa fare.

 Ci sono due sensazioni opposte, ma entrambe importanti, che mi accompagnano durante un concerto, quando si creano le condizioni ideali. Una è la precisa percezione che le persone sul palco stiano suonando solo per te: le persone, le urla, gli spintoni, tutto scompare. Ci sei solo tu che ascolti quello che hanno da dirti i musicisti, anzi tu senti dalle viscere fino all’estremità del tuo corpo che quelle note, quelle parole sono destinate solo a te. E non importa se nella realtà non è così. Se riesci a comprendere la magia di un simile sentire, il resto non conta. Non conta affannarsi per farsi notare, non contano autografi o strette di mano. Quando hai condiviso (nella realtà o nell’immaginazione) un simile momento puoi sentirti soddisfatto per il resto della serata e per i giorni a venire. L’altra sensazione invece riguarda la condivisione di uno spazio, di un tempo, di un ritmo con la massa, usando la parola, questa volta, in un’accezione positiva. Non ci sei solo tu, il corpo non è solo il tuo: appartiene alla massa, a quell’agglomerato di braccia gambe teste sudori che si muovono freneticamente, che lottano per liberarsi dai limiti della vita quotidiana. Finalmente tu, che professi la tua libertà da qualsiasi vincolo, appartieni a qualcosa.

Con queste parole si possono riassumere le due serate cariche di buona musica a cui ho assistito nei giorni scorsi.

P1030240

calibro35

È stato piacevole ritrovare il maestro Gabrielli che con i Calibro 35, di cui è leader/portavoce, sembra un’altra persona: libero di esprimere fino in fondo quello che vuole, non che negli Afterhours sembrasse ingabbiato, ma è lampante che la musica che fa con il suo gruppo è sua del tutto, è un figlio che mostra con orgoglio.

Marlene KuntzMarlene KuntzMarlene Kuntz

Come primo concerto dei Marlene Kuntz è stato godibile, nonostante sia stato un po’ più corto del previsto (maledetti limiti di orario!!!) e la voce di Godano alle volte fosse quasi impercettibile, sovrastata dalle chitarre, facendo perdere la poesia dei suoi testi. In fondo cosa sono i Marlene se non rock poetico?

E poi la Bandabardò: sublime e terrena gioia di vivere. Tutti i sensi appagati in un tripudio di colori suoni danze. Ognuno ha contribuito allo spettacolo, nessuno si è risparmiato.

Unica nota negativa: ho perso la mia cara dolce spilletta giapponese: sono due gufetti gialli e arancioni di stoffa con gli occhi mobili. Se qualcuno l’ha trovata fatemi sapere se le creature stanno bene, solo questo.

mercoledì, 22 luglio 2009

Dal momento che ho cominciato ad essere proiettata in un futuro tangibile, non più fatto solo di speranze, il passato mi si è riaffacciato inaspettatamente. Come in un film, volti del passato si riaffacciano nella mia vita. Una specie di riconciliazione con quella che ero e con i legami che furono. Quasi tutti i luoghi della mia vita, in un modo o nell’altro riaffiorano sottoforma di ricordi, ma soprattutto sottoforma d’incontri e telefonate. Mi sorprende essere conciliante rispetto ad essi, incurante delle sofferenze e delle acredini, lavate via col tempo, o sensibile alle brutte notizie arrivate da gente che non sentivo da anni. Sono una persona migliore? Non credo. Quello che credo è che in fondo sono una brava persona. E chi ha visto altro prima di questo, allora si è fermato troppo presto.

Intanto, l’estate passa piacevolmente: le temperature ci graziano e ci sono un sacco di cose da fare in giro per allietare orecchie e membra, in attesa dell’espatrio.

mercoledì, 15 luglio 2009

Io ho dinnanzi a me il futuro, anche se voi non lo credete

 

Così Sibilla Aleramo scrisse ad Arnoldo Mondadori. È una frase forte, piena di ottimismo, caparbietà e consapevolezza delle proprie doti. Un frase profetica, se si pensa che il suo primo e prediletto romanzo Una donna ha più di cento anni e continua ad essere ripubblicato. Perché? Perché ha un valore artistico e ideologico molto forte, in esso si fondono il talento di una scrittrice autodidatta (ha frequentato solo le elementari)e alle prime armi, e i primi germogli di femminismo. Infatti si tratta di una delle prime opere italiane ad esporre questo tema. I riscontri autobiografici rendono ancora più drammatico e toccante il racconto. Dopo un’infanzia libera e gagliarda, a partire dallo stupro –subito da quello che poi diventerà suo marito- che porta via la sua adolescenza insieme alla spensieratezza e alla libertà, la narratrice compie un percorso doloroso, umiliante e a tratti violento che la porterà all’emancipazione tanto agognata, non senza pagarla cara: il distacco da suo figlio. Nonostante ami il suo bambino più di ogni altra cosa al mondo e lo consideri la parte migliore della sua vita, unica gioia di un’esistenza travagliata, lo lascia nella casa del marito, conscia del fatto che non lo rivedrà più. La donna sa che sacrificarsi per stare accanto al figlio equivarrebbe ad arrendersi allo squallore e alla mediocrità di una vita sottomessa e remissiva, e anzi, accettare le mortificazioni della carne e dello spirito darebbe alla creatura che cresce una visione sbagliata della vita. Sono convinta che questo tipo di scelta farebbe storcere il naso ancora oggi, perché ancora si ha l’ideale di donna/madre pronta al sacrificio e alla desolazione pur di far crescere la propria prole tra le sue braccia amorevoli di genitrice. Secondo me, invece, l’autrice ha avuto molto coraggio nello scegliere di ascoltare la propria coscienza, non per egoismo, ma perché ha capito che tradire la propria indole corrisponde a morire ed è profondamente ingiusto.

Dalla data della prima edizione del libro, nel Paese si sono fatti dei passi in avanti in fatto di diritti delle donne, ma quando sento alcuni discorsi vedo chiaramente che sono quasi esclusivamente cambiamenti formali, mentre un certo tipo di mentalità resiste in maniera latente, ahimè, anche tra le donne stesse. La scrittrice si interroga sulle colpe della donna circa il male sociale. Si chiede: Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenire crudele verso i deboli, sleale verso una donna […], tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere […]una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. Con queste parole ho ricordato una conversazione che ho avuto con una giovane donna, madre di un maschietto, che mi ha lasciata amareggiata e offesa. Riportandomi una notizia di cronaca, affermava che la ragazza che aveva subito lo stupro, non solo se l’era cercata perché aveva dato troppa confidenza allo sconosciuto di turno, ma in un certo senso se l’era meritato, sottintendendo che il mostro che l’aveva violentata era stato quasi costretto a farlo. Non vi descrivo la mia reazione: per me è stato un insulto alla mia dignità di donna; ho provato vergogna per questo pensiero così gretto, che, pronunciato da una femmina, fa davvero tanto male. Cosa mai potrà insegnare al suo bambino un essere del genere? Questo diventerà adulto e potrà fare scempio di corpi altrui, se si presenterà l’occasione, se, per esempio, una ragazza porterà una gonna che lui riterrà troppo provocante? Ho compassione per questo figlio che crescerà inevitabilmente con una visione sbagliata del rapporto fra i due sessi, e spero che riesca a salvarsi emancipandosi da tale triste e sporco ambiente.

 

 

lunedì, 13 luglio 2009

faber by chiara maffucciPer chi come me non ha fatto in tempo a vedere e ascoltare De André dal vivo, andare al concerto di chi ripropone fedelmente le sue canzoni  credo  sia l’esperienza che più si avvicina allo spirito della sua musica e dei suoi testi. Certo, c’è sempre in agguato il rischio di essere insieme vittime e complici di un’operazione di marketing, di speculazioni alle spalle del Poeta, di assistere a spettacoli pieni di retorica e lacrime false. Ma, nella maniera più assoluta, non è il caso della PFM. Questi ragazzini mascherati da ultrasessantenni portano in giro la stessa identica scaletta dei memorabili concerti fatti con De André trent’anni fa. D’altronde lo dicono a inizio show: non un arrangiamento è stato modificato.

In un momento, sulle note de “La guerra di Piero” ho chiuso gli occhi e – potere dalla suggestione- ho sentito la calda e profonda voce di Faber che, sussurrando al mio orecchio faceva eco ai suoi amici sul palco. E così la gioia di evocare la poesia e i pensieri del grande artista si fondono inevitabilmente all’acuto rammarico di averlo perduto troppo presto o conosciuto troppo tardi. In istanti così forti e ricchi di tensione emotiva una domanda a cui non do mai risposta definitiva riaffiora come sospinta da venti interni e sotterranei: Credi in Dio?

Credo nel Dio che è in ognuno di noi, rispondo questa volta. Il divino che è in ogni essere umano, del quale alcuni riescono a far emergere barlumi attraverso la propria arte. Il talento è la manifestazione lampante di quanto belli e potenti e splendenti possiamo essere. Di quanto siamo grandi pur se minuscoli al cospetto dell’universo. Non siamo che infinite scintille d’infinità.

È una riflessione scaturita anche dall’ascoltare come nell’esecuzione di brani propri, la PFM sia stata e sia ancora d’avanguardia. Una sperimentazione sonora pazzesca permette loro di mescolare apparentemente in maniera caotica le carte, usare la voce come uno strumento musicale e gli strumenti musicali come voci.

Giudizio della serata: da brividi.

venerdì, 10 luglio 2009

Da quanto tempo pensavo a questo post? Cioè al momento in cui avrei saputo con sicurezza che nel bene o nel male le cose sarebbero cambiate? Non lo so. Da troppo tempo, suppongo. E ora è arrivato: sai che da un punto in poi non si può tornare indietro. Ecco, forse parla la mia stupida fiducia nel futuro, nelle persone e nelle mie capacità, ma chissà come mai so che sto per affrontare una nuova pagina della mia vita e da questo punto in poi never come back! sarà il mio mantra. Subito affiora una frase detta da una persona che tempo fa mi era vicina. Non è un caso che ci ripensi in questi istanti, perché quella frase mi si è stampata nella mente per tutti questi anni, tanto che ad un certo punto ho finito quasi per crederci: “Non ti ci vedo proprio a fare una vita del genere, al massimo troverai un lavoro mediocre nel tuo paese”. Bene, ora che so con sicurezza che fra un po’ prenderò un aereo per una città sconosciuta, cambierò il mio stile di vita, imparerò una nuova lingua, ristudierò un’altra e migliorerò un’altra ancora (si spera di non far troppa confusione), incontrerò nuova gente e farò cose che solo al pensiero mi entusiasmano(mercato dei fiori, musei, mostre, birra, cioccolato, mercato dei libri e dell’antiquariato, arte e umanità), ora, se mi trovassi di fronte questa persona, le direi “Caro, può anche darsi che farò sempre un lavoro mediocre, forse che non mi appagherà da ogni punto di vista, ma cazzo, meglio avere un lavoro di merda ed essere una persona degna di essere chiamata tale, che avere un lavoro eccellente ed essere una persona di merda. Questione di fortuna”.

Mi sorprendo a non essere agitata, cauta nell’espressioni di giubilo, ché le delusioni passate scottano ancora e la scaramanzia ha raggiunto livelli ossessivi. Forse ancora non ci credo e continuo la mia vita quotidiana, come se nulla dovesse avvenire.

Mi servono delle scarpe da pioggia e da freddo, ché lì piove quasi tutti i giorni e le temperature minime non si chiamano così tanto per.

Intanto penso che non potrò più affacciarmi al balcone e stupirmi di un cielo azzurro o cobalto puntellato di stelle, limpido o con grandi nuvole rosa, bianche o dorate. Ma un cielo senza niente sotto non mi appaga e non mi serve. Ho sete di persone, di chiacchiere sgangherate in altre lingue, di nuovi posti, nuovi stili, ho bisogno di movimento, di ispirazione e pare proprio (almeno lo si spera) che Bruxelles, città poliedrica e cosmopolita, possa placare le mie arsure.