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Utente: animachecrepita
la continua mancanza di qualcosa (a che scopo aggiungere tra gli amici gente di cui nemmeno si conosce cosa scrive nel proprio blog? perché questa smania insensata di ammassare "amici" come se fossero accessori per abbellire la propria pagina? qui io sono ciò che scrivo, se non ti interessa è del tutto inutile contattarmi)
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venerdì, 06 novembre 2009
Ebbene, ho terminato le 1000 e passa pagine del libro e mi è rimasto un senso di incompiutezza. Alla fine la storia non si evolve, non ha una vera e propria fine, ma credo che questo sia stato lo scopo dell'autore e anche la scelta più giusta. In questo romanzo la struttura e il linguaggio narrativo sono nuovi. la tristezza e l'ironia si mescolano fino a non capire più qual è l'una e qual è l'altra. Non poteva essere diversamente per un libro sulla dipendenza, sui bisogni, sulla perdita di speranze e sul desiderio.

Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione dell'isolamento. [...] Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità.che le persone cattive nonc redono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida.[...] Che a volte agli esseri umani basta restare seduti per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli alti pensano di voi scompare una votla che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa che è la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Infinite Jest - David Foster Wallace

postato da: animachecrepita alle ore 17:01 | Link | commenti (2)
categoria:parole, pensieri, letture, letteratura, passione, sottolineature, lettere vive, brano del giorno
lunedì, 19 ottobre 2009

Infinite jest mi sta piacendo.


"Hal, che è vuoto di sentimenti ma non è scemo, ha una sua teoria secondo la quale ciò che passa per una cinica ed elegante trascendenza del sentimento non è altro che una specie di paura di essere veramente umano, dato che essere veramente umano (almeno per come lo concettualizza lui) vuol dire essere inevitabilmente sentimentale e ingenuo e portato alle sdolcinatezze e generalmente patetico, significa essere in un certo modo infantile dentro, una specie di bambinone un po' strano che si trascina anacliticamente con grandi occhi umidi e la pelle mollicci come quella delle rane, un cranio enorme, e sbava. Una delle cose veramente americane di Hal è forse il modo in cui disprezza la causa del suo essere solo: questo terribile io interiore, incontinente a sentimenti e affetti, che frigna e si contorce sotto una maschera vuota e fichissima..."

postato da: animachecrepita alle ore 17:21 | Link | commenti
categoria:parole, pensieri, letture, letteratura, sensazioni, sentimenti, passione, lettere vive, brano del giorno
lunedì, 14 settembre 2009

Stanza d'albergo. Piena mattina. Il sole entra e si espande in tutta la stanza. Non ferisce, bagna e avvolge sensualmente tutti gli oggetti e i corpi che incontra. Sul basso tavolo una bottiglia di rakia quasi vuota e due bicchieri. Nel posacenere quel che rimane di due sigari profumatissimi. Lei è in piedi davanti alla finestra e guarda il pieno svolgersi della vita. Dov'era tutta quella gente ieri? E dove sarà domani?, si chiede. Si volta verso il letto e si acorge che anche lui è sveglio, gli occhi ancora socchiusi la guardano.

Happy Birthday!

Grazie. Perché?

Cosa perché ?

Perché sei qui ?

Per festeggiare il tuo compleanno, che domande!

E perché stanotte hai fatto l’amore con me?

Wow, ma tu non metti mai il cervello a riposo?

No. Rispondi per favore!

Non so, è capitato…

È capitato non è una buona risposta. Le cose non succedono cosi’.

Capitano perché le vogliamo far capitare, va bene?

Uhm.

Andava ad entrambi e l’abbiamo fatto. Che problema c’è?

Nessun problema sto solo tentando di capire.

Quando la smetterai di analizzare ogni minimo dettaglio?

Che c’è di male a voler capire certi meccanismi?

Niente, ma sta di fatto che non ti stai godendo la vacanza. Oggi è la tua festa e dovremmo spassarcela, fare tutto quello che ti va…

Hai visto, ho messo la tua maglia.

Si, ti sta bene.

Non l’avevo mai fatto prima d’ora, indossare gli indumenti di qualcuno la mattina dopo. La trovo una cosa cosi’ stupida. Stamattina, invece, volevo abbracciarti, ma non volevo svegliarti. Allora l’ho indossata.

Hai fatto bene. Adesso metto la tua.

Ridono e torna il silenzio. Fuori dalla stanza un mondo inconsapevole dell’esistenza dei due si affanna e parla lingue sconosciute.

Piano lei scivola nel letto, cerca nel corpo di lui incavi che possano contenerla in modo da creare una specie di puzzle umano.

Lui le cinge la schiena con un braccio , mentre con la mano libera le sfiora il viso.

Ho sempre sognato di venire qui, ma adesso che ci sono non me ne frega più niente. Potrebbe anche sprofondare lei con tutti gli abitanti.

E i bazar, neanche quelli t'interessano più?

No.

Stai bene qui, in questa camera?

So già che mi pentiro’ di quello che sto dicendo… sto bene con te.

Perché dovresti pentirti ?

C’è sempre qualcosa di cui pentirsi.

Mah…

Pensavo che fra un po’ arriverà una telefonata che avrà lo scopo di farmi sentire in colpa. Pero’, non ci riuscirà, lo so. Sono biasimabile per questo?

No, niente sensi di colpa perché non hai sensi di colpa. Puoi almeno tentare per un po’ di ore a non pensare a niente e vivere? Devi solo pensare a stare bene, siamo qui per questo.

Alla fine dovro’ pagarti per i tuoi servigi?

Cos’è, una battuta?

No, sul serio. Cosa sei? Cosa siamo? Riesci a dare una definizione di noi?

Senti, non eri tu quella di « meglio le cose indefinite », « le acque torbide », e stronzate del genere ?

Si’, ma adesso ho bisogno di capire. Sono stanca della confusione, dell’indefinitezza costante. Perché mi sembra tutto un casino e non respiro e mi sembra di morire se anche questa volta non ne vengo a capo. Ho bisogno di verità e obiettività.

Il cuore sembra dover da un momento all’altro staccarsi dalla gabbia toracica e schizzare fuori. Si calma solo quando tace e comincia a contare le ossa del torace di lui. Le passa in rassegna un’alla volta e quando ha finito ripete l’operazione. Conta e riconta fin quando non si addormenta.

martedì, 09 giugno 2009

Norwegian wood non è una canzone particolarmente triste o strappalacrime, ma per la legge della relatività, provate ad ascoltarla mentre state leggendo le ultime pagine del libro omonimo di Haruki Murakami e vi sembrerà una canzone straziante e toccante. Fiumi di lacrime inonderanno il libro fino a farlo diventare carta pronta al riciclo.

Cosa che non capita mai, ho riletto il libro per intero (la prima volta risale ai tempi dell’università) e mi sono accorta che ricordavo pochissime cose: un po’ la trama, un po’ i personaggi. Stop. Tutto il resto era avvolto in una nebbia così fitta che per un po’ ho avuto paura (l’età che avanza!).È stata una bella riscoperta: ho potuto anche notare come il punto di vista di me lettrice è cambiato.

Ieri ricevo la mail di una mia amica e realizzo quello che dico da sempre: a volte le coincidenze non sono proprio tali, perché il giorno prima mi ero lasciata prendere dalla pura verità di questo passo, che, a questo punto, dedico a V. come risposta(non si può vivere lasciando inespressi o reprimendo i propri sentimenti, meglio lasciarli fluire, potrà far male, ma qual è il valore di una vita passata a diffendersi?):

Ho l'impressione che tu prenda tutte le cose troppo seriamente e questo non va. Amare qualcuno è una cosa bellissima e se si tratta di un sentimento sincero non bisogna sentirsi finiti in un labirinto. Abbi più fiducia in te stesso.[…]La cosa potrà andare bene o non andare bene, ma l'amore è così. E seguirlo è la cosa più naturale.[…] Noi (termine generale che include normali e non) siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli col goniometro e controllando

entrate e uscite come sul conto in banca. O no? […]Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. È la vita.

giovedì, 04 giugno 2009
postato da: animachecrepita alle ore 11:10 | Link | commenti
categoria:cinema, visioni, vita, sentimenti, massimo troisi, brano del giorno
sabato, 11 ottobre 2008

Sto leggendo Velocemente da nessuna parte di Grazia Verasani. È una lettura che mi sta dando molto in termini di intensità. Conoscevo già la scrittrice per l’altro bel romanzo, Quo vadis baby?, che ha la stessa protagonista di quello che sto leggendo ora che è il punto di forza dei due libri. Giorgia Cantini è un’investigatrice privata, sola più che single, che riempie i vuoti lasciati dal suicidio della sorella con l’alcool, con le sigarette, con storie fugaci, persa tra i ricordi e gli eventi presenti che si intersecano senza sosta. Nonostante sia considerato un noir credo ci sia in questo romanzo molto altro rispetto alla ripetizione di cliché e di protagonisti a cui si presta sempre il genere. Un brano che mi è rimasto impresso e che avrei voluto pronunciare io, perché è così semplice e chiaro, così cinico, ma allo stesso tempo si vede che è stato “partorito” con la profonda consapevolezza del dolore che c’è dietro tutto questo:

 

La fine di una storia non è mai una passeggiata, e l’amore è come quei percorsi di montagna dove è più difficile scendere che salire. Chi non ci vuole non ci vuole. E le ragioni non contano, anche quando restano inespresse. Inutile insistere. Inutile come il novantanove percento delle lettere che si scrivono in questi casi.

 

Il titolo è tratto dalla canzone Nowhere fast degli Smiths.

And when I'm lying in my bed

I think about life

And I think about death

And neither one particulary appeals to me

venerdì, 03 ottobre 2008

Ieri ho fatto una minimaratona cinematografica guardando le avventure on the road dei Leningrad Cowboys, cioè Leningrad Cowboys go America e Leningrad Cowboys meet Moses. Si tratta di due film di Aki Kaurismaki, entrato ormai appieno nel mio olimpo personale.  Nel primo un gruppo musicale composto da musicisti alquanto strampalati – basti guardare il loro look - dalla Siberia va in America per cercare fortuna e diventare una rock ‘n’roll band  in piena regola, di quelle osannate dalle folle. Ma le cose non vanno come devono andare e si ritrovano ad attraversare gli Stati Uniti tenuti a stecchetto dal loro terribile manager Vladimir  per approdare in Messico a fare d’accompagnamento ai matrimoni. Proprio in Messico comincia il sequel: ormai i cowboy venuti dal freddo sono diventati dei nullafacenti impestati dalla tequila. A riportarli sulla “retta via” ci pensa Moses, al secolo Vladimir che, smessi i panni da impresario, è diventato profeta e si impone il compito di ricondurre i suoi protetti nuovamente in patria. E ci riuscirà attraversando una serie di peripezie. I due film sono delle favole non edificanti, in cui l’elemento surreale è predominante come è centrale una comicità spicciola, ma a tratti disarmante. La musica fa da collante agli avvenimenti.

Fortissima la scena in cui, seduto alla panchina della stazione di Lipsia, Moses si scontra a colpi di Bibbia con un giovane di nome Lenin che risponde con la lettura de Il Capitale di Marx. In mezzo ai disputanti c’è un terzo che gusta beato un gelato del Mc Donald. Come dire: mentre le due ideologie si scontrano il capitalismo agisce indisturbato. 

venerdì, 08 agosto 2008

[…] – Ma cosa devo fare, allora?

- Danzare, - rispose. – Continuare a danzare, finché ci sarà musica. […] Devi danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno.

 

Dance dance dance di Haruki Murakami diventerà un libro che mi ricorderà quest’estate. Forse non è stato un caso comprarlo e leggerlo proprio ora, proprio in questo periodo. Quando si dice il potere dei libri. Sembra che abbiano vita propria e siano fatti per comunicarti messaggi. E sto parlando di messaggi del tutto indipendenti dalla volontà dell’autore. Leggi, quelle parole si infiltrano tra gli spazi vuoti dell’anima e scoppiano come mine antiuomo, che non uccidono, ma fanno parecchio male. Perché ti feriscono? Perché riesci a comprenderne il senso profondo, ma dopo un po’ scivolano via, lasciandoti senza spiegazioni.

È la storia di un giovane uomo che attraverso un percorso doloroso, a tratti macabro e misterioso, riprende in mano le redini della sua vita, abbandona un mondo visionario fatto di sogni e pensieri per acquistare la consapevolezza della realtà che lo circonda, per ricostruire i contatti con il mondo reale. Le conquiste più importanti si fanno “danzando”, cioè procedendo, muovendosi, in definitiva vivendo, senza pensare troppo a ciò che si sta facendo, ma lasciandosi trasportare solamente dalla “musica”, metafora dello scorrere ritmato della vita.

 

… ci sono persone che riconoscono la mia “normalità” e ne sono attratte. Queste rare persone e io ci attiriamo a vicenda, come pianeti sospesi nel buio dell’universo, che una forza irresistibile avvicina l’uno all’altro, per poi allontanarli di nuovo. Mi cercano, creano un rapporto con me e un bel giorno se ne vanno. Possono essere amici, amanti, mogli. Anche nemici. Ma sempre, prima o poi, se ne vanno. Per stanchezza, disperazione, o perché le cose che avevano da dire si sono esaurite, come un rubinetto che non dà più acqua. Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise. […]Possono variare le possibilità, ma tutti finiscono per andar via. C’è chi è andato via per sperimentare nuove possibilità, chi per risparmiare tempo. Qualcuno è morto. Fatto sta che non è rimasto nessuno. Tranne me, unico superstite. La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri, i motivi canticchiati a bassa voce, aleggiano come polvere negli angoli di casa mia.

martedì, 22 luglio 2008

Leggendo dell’arresto di quell'essere schifoso di  Radovan Karadzic, uno dei responsabili del genocidio per l’assedio di Sarajevo e per il massacro di Srebrenica, mi sono sorpresa (ma nemmeno tanto) a fare questa considerazione: si comincia con delle iniziative e delle leggi, magari blande, come  trovare un capro espiatorio per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi disegnando “l’altro” in questione come un mostro che ruba il lavoro, stupra le donne, ecc. o come prendere le  impronte digitali ai bambini rom,  per poi finire con dei veri e propri massacri. Il passo per finire nel baratro è davvero molto breve.       
Gli scontri tra etnie dovrebbero essere solo di questa natura:

postato da: animachecrepita alle ore 17:42 | Link | commenti
categoria:varie ed eventuali, pensieri, musica, cinema, visioni, vita, sensazioni, sogni, sentimenti, passione, brano del giorno
venerdì, 11 aprile 2008

La rivisitazione consiste in realtà nella sostituzione di due parole e piccoli tagli. Il brano è tratto da Memorie dal sottosuolo. Un’opera minore ma ricca di spunti sui quali meditare.

 

Tutti noi ci siamo disabituati alla vita,e zoppichiamo tutti, chi più chi meno. Ci siamo anzi a tal punto disabituati, che avvertiamo talvolta una sorta di ripugnanza per ciò che è veramente “vita viva”, e perciò non riusciamo nemmeno a sopportare che qualcuno ce ne parli. Già, perché noialtri siamo arrivati a un punto tale, che tutto ciò che è veramente “vita viva” lo consideriamo quasi una fatica, quasi un qualcosa che si fa per dovere di servizio, e siamo tutti d’accordo che è molto meglio quel che vediamo in tv. E perché poi talvolta ci diamo un gran da fare, perché ci facciamo venire dei capricci, che cosa chiediamo? Non lo sappiamo neanche noi, che cosa. Sarebbe anzi peggio per noi, se quelle nostre capricciose richieste dovessero venir esaudite. No? Be’, provateci un po’, che so, provate a darci una maggiore, sciogliendo un po’ le mani a uno qualsiasi di noi, ampliate l’ambito della nostra attività, allentate la tutela sotto la quale ci troviamo, e chiederemo subito di tornare sotto quella tutela. E se ci lasciassero soli senza la tv, noi ci confonderemmo subito, ci smarriremmo – non sapremmo da che parte stare, dove aggrapparci; cosa amare, cosa odiare, cosa rispettare e cosa disprezzare! Siamo dei nati morti, noialtri, ed è già da tempo che nasciamo da padri che non son più vivi, il che d’altronde continua a piacerci sempre di più.

 

la scelta musicale è dovuta a una banale associazione di idee...