Baby, you've played my heart,
But the way that you've played, it was art
Games for days, where did you find them?
Games all day
Sicuramente quello che fa Julian Plenti o Paul Banks sul palco è davvero arte. Come primo concerto della nuova vita non poteva andarmi meglio. Come segno che le cose sono realmente cambiate ho contravvenuto a due regole fondamentali del mio andare ai concerti: primo, arrivare con largo anticipo; secondo, fare un mare di fotografie. Ieri sera sono arrivata 20 minuti più tardi rispetto all'orario stabilito, anche se c'era ancora un gruppo spalla e ho fatto solo due o tre foto all'inizio e durante, il resto del tempo l'ho passato in pieno ascolto.
Si comincia con un'intro, occhi chiusi, movimenti oscillatori. La band che l'ho accompagna è ridotta all'essenza: chitarra, basso batteria, ma c'è il violoncello (chi lo suona mi ricorda tanto Dario Ciffo agli esordi, non so perché). Si avvicina al microfono apre gli occhi, quasi costantemente rivolti verso un punto indefinito alla sua destra (la parte dei ricordi) e la sua voce è poco diversa da quella dell'album. Prodigio. Sorriso fantastico. Concerto breve ma intenso, tanto da farmi dimenticare di non aver mangiato praticamente per tutto il giorno.
Comunque, Paul, grazie, grazie davvero per la versione a cappella diLet it snow. È da ieri che non riesco a togliermela dalla testa. Ancora grazie!
Nota a margine: è proprio vero quello che si dice dei concerti all'estero. Il pubblico è più rispettoso: non canta, non urla durante i pezzi, ma nemmeno balla o si muove. Ho visto persone rimanere immobili come statue per tutto il tempo.
E cacchio, qui i biglietti in prevendita costano di meno che se li compri il giorno stesso!
Tra Overijse e Jesus Eik esiste un posto incantevole chiamato Pondicherry. È un negozio di animali di resina e altre decorazioni. È stata una delle prime cose che ho notato quando mi sono trasferita. C'è una mucca sul tetto e altri animali nel giardino disposti come in una coreografia. Alle volte cambiano anche la disposizione a seconda forse delle vendite o dei nuovi arrivi. Fatto sta che quel posto, così falso, infonde in me grande serenità e grande allegria. Forse si risveglia la mia parte bambina (e quando mai si è assopita?) o la mia parte kitch. Ogni volta che ci passo è come se da un momento all'altro dovessi saltare giù dall'autobus e fiondarmi al cancello a guardare quegli animali lucidi, fare delle foto o comprare una pecorella. Probabilmente vorrei carpire il segreto del loro essere sempre lucidi, impassibili, impermeabili, allegri e beati. Secondo me, la chiave di tutto risiede nel vuoto. Più sei vuoto, meno problemi ti poni. E a proposito, vorrei essere una di quelle ragazzine che incontro spesso in metro, monotematiche e monologhiste (non ascoltano, si parlano contro...), chiuse nel proprio mondo di esami e serie tv. Eh, beata superficialità!
Poi succede che a scuola una mia collega si sente male, ma male sul serio. Si tocca la parte sinistra del torace e geme. Attimi di paura e sgomento, poi ritorna tutto nella norma (soffre di questi “attacchi”). In bagno ho pianto per la vergogna, per aver solo lontanamente pensato di soffrire per sciocchezze e capricci. Alle volte basta guardare solo un po' oltre il proprio naso per dare il giusto valore alle cose.
Buona occasione per postare i Massimo Volume che ho ripreso ad ascoltare e che mi danno sempre una grande emozione. Certo, la canzone non ha lo stesso mood del negozio omonimo, ma è comunque bella.
Ho scritto e riscritto numerose lettere, alcune quasi minatorie, incazzose, piene di rancore. Altre rassegnate. Nessuna troverà la via verso te, perché anche se lo facessi, anche se ti spedissi una o tutte quelle lettere non arriverebbero mai a te. Sarebbe come appenderle ad un albero o infilarle nelle crepe del muro del pianto: grandi speranze, ma nessuna risposta vera. Di questo soliloquio sono stanca. Ho bisogno di parlare per davvero, di un confronto vero.
Sarebbe bello domani mattina svegliarsi, aprire la finestra e gridare come Penthotal in Paz! “Amatemi, Amatemi” e vedere formarsi una piccola fila di persone che accorre sotto la mia finestra e dice “Eccoci, noi ti amiamo!”. Sarebbe bello, ma non è reale (non solo perché nessuno capirebbe cosa sto farneticando, anzi forse chiamerebbero la polizia). Non si può obbligare qualcuno a starti a sentire, pretendere la sua attenzione, pretendere che le manchi. Dovevo sciogliere il nodo, convincermi del fatto che tu non ci fossi e non ci sarai mai per me nel desiderio o nel bisogno. E il fartene una colpa, sbagliando, era dovuto al mio vedere oltre la realtà, interpretare i segni e le parole in base a quello che sentivo e non prenderli per quelli che erano. Era del tutto fuori luogo che mi incazzassi con te per i tuoi silenzi o per la tua indifferenza, perché semplicemente io e te non siamo mai stati niente in fondo. Realizzato questo, vedo tutto molto più chiaro, smettendo di farmi domande assurde che cominciavano sempre con “perché...”
Dopo questo, mi dico: “Cara la mia G., prova a prenderti una pausa da questa che sta diventando una prigione noiosa, prima che cominci ad odiarla” (ma non è detto che ci riesca). Proverò a vivere, proverò ad arricchirmie spero di ritornare a parlare di sogni avventure and so on. Perché sono altro dall'ombra che appare adesso. Ho voglia di strada, di posti ancora più lontani. Di tornare a cercare quel qualcosa che mi manca, che non sono occhi, membra, corpi, ma essenza. Di ritrovare i personaggi che popolavano la mia testa e rianimarli. Non è tutto qui, non può esserlo. Dus, tot ziens!
Pulito come un solitario, mi scrollerò di dosso l'obbedienza. La brucerò come un'efelide nell'acido della mia insonnia e sarò solo nervi e niente grasso, scintillante come una moneta nella benzina, scaltro come un affamato, veloce come una faina. Veglierò per sempre, dormirò vestito, starò addosso alla vita come un segugio, come un mastino. Non guarderò più l'orologio, prenderò d'anticipo il mattino.
[risata fragorosa] “È una maledetta bugia.*”, rispondo.
*battuta rubata dal personaggio Gene Fackelmann in Infinite Jest.
Guarda adesso come piove
sui sentieri in fondo all'anima
storie che non hanno odore
è la mia realtà
Vorrei dare un nuovo nome
nuova linfa a tutto quel che c'è
ma ogni cosa è una ferita Labbra blu - Diaframma (ma a seguire, la spendida versione di Cristina Donà)
Ho i crampi alle mani per quanto ho faticato. Cancellare pezzi di vita più che doloroso, è fastidioso, fisicamente spossante. Ogni dieci via. Bisogna lavare tutto, strigliare tutto a fondo, senza delicatezza. Voglio un'anima asettica, lucente, fredda, refrattaria e tagliente come l'acciaio. Guardo le ultime macchie e rido: non ci sarà alcun nuovo Piazzale Loreto, perché, se non te ne fossi accorto non me n'è mai fregato niente di vendette e brutti scherzi, non mi lascio scalfire da simili bassezze, non perché mi senta di aderire a chissà quale codice morale, semplicemente non mi diverto a vedere gli altri soffrire.
Credevo mi sarei sentita meglio, ma in questo momento non sto né bene né male. Guardo quelle pagine vuote e mi chiedo se davvero ci sia stato mai qualcosa. Forse è davvero tutto nella mia testa e dovrei farmi curare, da uno buono però. Magari farmi anche delle belle sedute di elettrochoc.
Piove, il vento spazza via le foglie secche e un po' dei miei pensieri.
Sono andata a vedere una mostra di arte contemporanea di artisti cinesi e belgi. Davvero emozionale. Subito sotto degli scalini c'erano dei vetri rotti e un cavo. A guardarli distrattamente sembrava incuria. Poi lo sguardo si è soffermato su uno schermo messo prima dell'opera. Quei vetri rotti, tra i quali uno sporco di sangue, erano stati messi lì dall'artista dopo che con una sorta di sistema di amplificazione (ecco il motivo del cavo) li suonava, un po' come i fa con le carte delle caramelle, incurante del fatto che non si trattasse di carta ma di materiale tagliente, quindi sfregiandosi considerevolmente. Ho pensato che se hai una cosa, una sola cosa per cui vale la pena farsi del male, allora sei fortunato. Vivrai e ti nutrirai di quello e anche se ti porterà alla morte, saprai che non hai vissuto invano.
Mentre spulciavo le ultime novità dei sempre amati ma poco seguiti ultimamente Afterhours, ho scoperto che hanno collaborato con Mina nella realizzazione del suo ultimo album e che Manuel ha scritto e cantato con lei un pezzo. Per quanto non ami particolarmente la cantante, la canzone la trovo molto molto bella, forse perché sogno di dire anch'io: Adesso è facile.
One day I'm going to grow wings
A chemical reaction
Hysterical and useless
Hysterical and ...
Let down and hanging around (Radiohead)
Ho imparato a coccolarmi per non aspettare invano che lo facciano gli altri e in questi giorni mi sono addirittura viziata. Ho da festeggiare il fatto di essere passata al nuovo livello nel corso di olandese con 95 su 100. Brunch con i colleghi di corso e primi fondamenti per la creazione di una nuova lingua europea; scoprire altri punti d'incontro con persone che mi erano già simpatiche (il ragazzo ungherese che ha studiato italiano, ma non lo parla -accidenti- e Ming, la mia preferita). Andare a Leuven (a me piace più il tragitto che la destinazione); ascoltare i Radiohead; comprare cose semi inutili; pranzare con le friten (solo venendo in Belgio ridimensionerete la definizione di patate, non solo fritte; qui sono una spanna avanti chiunque) e l'irrinunciabile barretta di cioccolato. Comprare il biglietto per il Natale in Patria Terronia.Iscriversi ad un concorso di scrittura un po' per emulazione (sorry, Vale),un po' perché tutte queste sensazioni - la gioia e il dolore, l'attesa e la disillusione, la continua ricerca e l'arrendersi di fronte a certe bellezze che solo l'autunno sa regalare, la voglia di stabilità e la necessità di instabilità- ho bisogno di metterle nero su bianco. Non è detto che ci riesca o che il risultato sia minimamente soddisfacente, quello che importa è saltare a piedi pari nelle cose. Il tragitto è sempre più importante della destinazione.
Due mesi all'estero e l'Italia non mi è mancata nemmeno una volta. Nemmeno bevendo quell'insulso liquido che si ostinano a chiamare caffè, nemmeno quando alle 9 di mattina c'è -1°, nemmeno quando quella pioggia fine ma insistente bagna tutto nonostante l'ombrello, nemmeno quando vorrei parlare senza dover pensare a come costruire la frase. Mi mancano solo i miei libri, proprio fisicamente, vederli sulla libreria così colorati e “vivi”, ogni tanto prenderli, annusarli, sfogliarli e andare a rileggere le cose segnate. Mi mancano soprattutto quelli di Tondelli: rileggendo un brano trovato su internet me ne sono resa conto. Sento che in questo preciso momento non troverei risposte in quello che ha scritto, ma consolazione. Una specie di abbraccio, che non risolve niente, ma aiuta. Una specie di tisana, un palliativo. Più che tornare a casa organizzerei un pullman (pulmino, considerando la mia scarsa propensione alle relazioni sociali) con le persone a cui voglio bene, per mostrar loro le cose che mi entusiasmano e quelle che mi fanno sorridere, e quelle che wow!, e quelle che “ma come va in giro?”.
Per impreziosire il post con una “perla” musicale autoctona, ho scelto la hit del momento: una canzone che sembra essere stata commissionata per promuovere la “pace” fra fiamminghi e valloni.
Oh, vive la Belgique!
Per compensare questa caduta di stile e ristabilire l'equilibrio di un certo gusto musicale:
Qualcuno ha cercato su questo blog delle risposte non a una domanda, ma a uno stato di cose, cioè “non riesco a trattenere i miei sentimenti”. Bene, amico, ma più probabilmente amica, siamo in due. E questo di sicuro non ti aiuta. Se hai digitato su google una simile frase, a meno che non sia il verso di qualche canzone strappalacrime o altro, sei talmente disperata che ti affideresti alle parole di sconosciuti pur di sentire un po' di sollievo, ti capisco. Sorella, se mi conoscessi sapresti che non c'è persona al mondo che possa capirti meglio di me, in questo frangente. Ecco, il mio consiglio è: fai di tutto per trattenerli questi cazzo di sentimenti. Inventati qualcosa, usa punizioni corporali autoinflitte ogni volta che senti il bisogno di mostrarti. Perché mostrarsi per quello che si è e che si sente non paga. Mai. E tutte quelle stronzate sull'importanza di dire la verità, be' scordatele! Niente di più stupido e poco conveniente ai fini delle relazioni sociali. Ecco cosa serve fare, invece: non dire mai fino in fondo quello che si prova; darsi a pezzetti; farsi attendere (anche invano); mostrarsi distaccati; esprimere le proprie emozioni col contagocce e comunque, mai in un slancio entusiastico; congelare l'anima, frenare le parole, le idee, i propri istinti. Devi in definitiva dare ciò che l'altra parte vuole ma con moderazione, il giusto mezzo, essenzialmente un livellamento sentimentale. Sai, se ci conoscessimo anche tu abbineresti a me la parola estremista. Mai conosciute le mezze misure: passo con grande facilità e pericolosa velocità dallo zero emozionale in cui sembro una specie di asceta che non ha interesse per le cose umane ad una colata lavica di parole e sentimenti ed emozioni senza freni e senza ritegno ai limiti della decenza. Arrivata a questo punto non so se riuscirò a cambiare, forse fra altri 30 anni sarò una persona più equilibrata, nel frattempo mi tengo quella che sono. D'altronde, tutto questo rivelarsi e "darsi" non lascia mai un vuoto, anzi permette ad altri colori di nascere e riempirmi, scongiurando qualsiasi pericolo di aridità.
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Istanbul sono a casa
Corro di fianco al muro
Non lo so non lo voglio sapere
Che differenza fa
“Wir sind die Turken von Morgen” Invece di pensare continua a salmodiare
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Se fossi un figliol prodigo
Avrei un vitello grasso Mi sono perso ad Istanbul
E non mi trovano più
Dovrebbero seguire le mie voglie
La sera appena alzato o tardi la mattina
Dopo la colazione prima d’addormentarmi
Chiudi un po’ la finestra
Mezzogiorno in penombra
Sfondo bianco e pulito
Sfondo bianco e pulito
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Tre dall’ospedale psichiatrico
Tre in libertà invigilabile
Tre che incontri se meriti
Non ne girano molti
Martin battezza le strade
Dona loro una vita
Fa sacrifici al traffico
Offre agli dei dei muri
A Istanbul sono a casa
Ho un passato e un futuro
Ho un presente che è Dio
E fa la cameriera
Non ne girano molte
Solo nei posti giusti
Non ne girano molte
Solo nei posti giusti
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Istanbul tanz
Istanbul tanz
Istanbul tanz tanz tanz
Tanz Istanbul
Tanz Istanbul
Istanbul tanz
Istanbul tanz
Istanbul tanz
Ankara… Ankara
ALLAH E’ GRANDE E GHADDAFI E’ IL SUO PROFETA!!!
Punk in Beirut punk in Smirne
Punk in Ankara
Punk in Beirut punk in Smirne
Punk in Ankara
Ankara Ankara
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Istanbul tanz
Istanbul tanz
Istanbul tanz tanz tanz
Tanz Istanbul
Danz Istanbul
Tstanbul tanz
Istanbul tanz
Islam punk, Islam punk, Islam punk und punk Islam
Punk Islam, punk Islam, punk Islam und Islam punk
Punk in Beirut punk in Smirne
Punk in Ankara
Punk in Beirut punk in Smirne
Punk in Ankara
Se adesso interrogo l'oroscopo per sapere cosa fare, il prossimo passo verso l'oblio, la completa mancanza di razionalità, sarà comprare i baci perugina non per mangiarli ma per leggere le frasi profetiche al loro interno. Interpreto anche gli avvenimenti più banali come chiari segni della strada da intraprendere. E sono del tutto fuorvianti, ça va sans dire.
Eppure ricordo di essere stata chiara con me stessa: never again, mai più soffrire! L'unica cosa che ho imparato a fare è a non piangere. Ma sarà più salutare non lasciarsi sopraffare dalle lacrime? Il mio stomaco non ne è molto convinto.
Devo solo ricordarmi di respirare e ripetere a mo' di mantra “è tutto nella tua testa”. E devo godermi questo piacevole gioco sterile e puerile. Sono io che l'ho voluto e tocca a me andare a fondo o dritta verso l'obbiettivo come un kamikaze che lotta in una guerra inutile. Prima o poi mi toccherà cominciare l'opera di cancellazione di ogni traccia che è stata. Quando farò piazza pulita, dentro di me non sarà cambiato niente ma avrò davanti agli occhi di nuovo una pagina bianca da riempire, sperando che ritentando sarò più fortunata, sempre a proposito di frasi profetiche abbinate ai dolciumi. È ancora presto adesso. Sguazzerò per un altro po' nei fiumi di parole vane che hanno costruito un mondo immateriale e del tutto vuoto, mi lascerò attraversare da esse ancora una volta, lascerò che mi ammalino, mi convincano della loro consistenza, eppoi nuovamente mi feriscano in un processo di filtraggio a tappe, fino a quando non tornerò in piedi, di nuovo pulita in equilibrio, ascetica e meditativa, perché una cosa mi è chiara: non sono fatta per i sentimenti. Un buon modo per accelerare il processo sarebbe quello di progettare un viaggio. Penso già a come festeggiare il mio trentesimo (30!) compleanno: Istanbul, 2-3 giorni, io e la città dei miei sogni, tutto quello che mi serve: bazar e fumerie, Hagia Sofia e il Bosforo, litri e litri di rakia, dolci ricchi e lussuriosi, bagni turchi (specie di saune, eh) e (speriamo) turchi. D'altronde questo è e sarà un disco rotto, una delle mie molteplici ossessioni, fin quando non ci metterò le zampe. Voglio ubriacarmi di vita, voglio sentire ogni sapore ogni odore ogni tocco ogni colore ogni suono, voglio stare con le antenne alzate a captare ogni minima sfumatura. Perché sono viva, il mio sangue è ancora caldo e i miei occhi non sono ancora stanchi.
Non so da dove sia uscita, ma è da ieri che ho questa immagine nella testa: io su un ring con un'“entità” con la “S” di speranza incollate sulla tutina fluorescente che me le da di santa ragione. Cado ripetutamente, mi rialzo ogni volta cercando almeno di stare in piedi, non mi difendo. I colpi fanno male: uno allo stomaco mi piega in due e basta un soffio per tornare al tappeto. Ma ancora ho la forza di rimettermi verticale, la vista è annebbiata e non distinguo più i colori, vedo solo rosso. Poi il pugno finale quello da KO, quello che mi stende definitivamente. L'arbitro alza il braccio del mio avversario decretando il vincitore dell'incontro. Cerco di stare almeno in ginocchio, mi fa male tutto, tocco il mio viso che dev'essere tumefatto, passo una mano sul naso e sulla bocca, la guardo. È piena di sangue caldo, lucente, intenso. La sua vista non mi impressiona né terrorizza, anzi mi fa sorridere. Nonostante non possa muovere nemmeno un muscolo senza provare dolore, comincio a ridere prima sotto voce, poi sempre più forte. Quando provi tanto dolore arriva un certo momento in cui non senti più niente, quasi un'anestesia senza anestesia, anzi comincia a piacerti quel particolare languore che si sviluppa quando sei ferita. Barcollando e ridendo vado a congratularmi con il vincitore. È tutto così tremendamente ridicolo. Il mio dolore è ridicolo, comico e grottesco. Almeno non mi si può dire che non abbia coraggio. La vita è proprio okay
lui dice, e pensa un po',
sarà okappa per qualcuno,
per gli altri è kappaò.
Il pugile sentimentale - Vinicio Capossela