Sogno continuamente di ritornare in Giappone, e di rincontrare le persone care. Nei sogni non c’è traccia di un rimpatrio, come se mi recassi lì per rimanerci. E sono felice, mi sento a mio agio: niente apnee, né catene.
Chissà quando potrò tornarci nella realtà?
Mi piacerebbe questa volta fare un’esperienza diversa, magari fare come quelli che si recavano in pellegrinaggio nei grandi templi del Giappone; la letteratura è piena di diari di viaggio di questo tipo. Potrei percorre le strade che Kawabata descrive in Izu no Odoriko (la danzatrice di Izu) o seguire le sue tracce, recandomi a Osaka e Kamakura. Oppure potrei errare come Basho e farmi cogliere dall’istantaneità della natura. Andare a Kyoto, chissà se mi prenderebbero come apprendista geisha (una volta per tutte: la geisha non è nella maniera più assoluta una puttana)?
Per il mio viaggio avrei bisogno di poco: la scotola di latta dove mettere il mio bento, un cuscino, e un taccuino per fermare i pensieri su carta.
遅き 日の
つもりて 遠き
昔かな
( Trad.:Nell'accumularsi dei lenti giorni, quanto è lontano il passato)
Yosa Buson
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