Ieri ho fatto una minimaratona cinematografica guardando le avventure on the road dei Leningrad Cowboys, cioè Leningrad Cowboys go America e Leningrad Cowboys meet Moses. Si tratta di due film di Aki Kaurismaki, entrato ormai appieno nel mio olimpo personale. Nel primo un gruppo musicale composto da musicisti alquanto strampalati – basti guardare il loro look - dalla Siberia va in America per cercare fortuna e diventare una rock ‘n’roll band in piena regola, di quelle osannate dalle folle. Ma le cose non vanno come devono andare e si ritrovano ad attraversare gli Stati Uniti tenuti a stecchetto dal loro terribile manager Vladimir per approdare in Messico a fare d’accompagnamento ai matrimoni. Proprio in Messico comincia il sequel: ormai i cowboy venuti dal freddo sono diventati dei nullafacenti impestati dalla tequila. A riportarli sulla “retta via” ci pensa Moses, al secolo Vladimir che, smessi i panni da impresario, è diventato profeta e si impone il compito di ricondurre i suoi protetti nuovamente in patria. E ci riuscirà attraversando una serie di peripezie. I due film sono delle favole non edificanti, in cui l’elemento surreale è predominante come è centrale una comicità spicciola, ma a tratti disarmante. La musica fa da collante agli avvenimenti.
Fortissima la scena in cui, seduto alla panchina della stazione di Lipsia, Moses si scontra a colpi di Bibbia con un giovane di nome Lenin che risponde con la lettura de Il Capitale di Marx. In mezzo ai disputanti c’è un terzo che gusta beato un gelato del Mc Donald. Come dire: mentre le due ideologie si scontrano il capitalismo agisce indisturbato.
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