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Utente: animachecrepita
la continua mancanza di qualcosa (a che scopo aggiungere tra gli amici gente di cui nemmeno si conosce cosa scrive nel proprio blog? perché questa smania insensata di ammassare "amici" come se fossero accessori per abbellire la propria pagina? qui io sono ciò che scrivo, se non ti interessa è del tutto inutile contattarmi)
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venerdì, 06 novembre 2009
Ebbene, ho terminato le 1000 e passa pagine del libro e mi è rimasto un senso di incompiutezza. Alla fine la storia non si evolve, non ha una vera e propria fine, ma credo che questo sia stato lo scopo dell'autore e anche la scelta più giusta. In questo romanzo la struttura e il linguaggio narrativo sono nuovi. la tristezza e l'ironia si mescolano fino a non capire più qual è l'una e qual è l'altra. Non poteva essere diversamente per un libro sulla dipendenza, sui bisogni, sulla perdita di speranze e sul desiderio.

Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione dell'isolamento. [...] Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità.che le persone cattive nonc redono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida.[...] Che a volte agli esseri umani basta restare seduti per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli alti pensano di voi scompare una votla che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa che è la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Infinite Jest - David Foster Wallace

postato da: animachecrepita alle ore 17:01 | Link | commenti (2)
categoria:parole, pensieri, letture, letteratura, passione, sottolineature, lettere vive, brano del giorno
mercoledì, 04 novembre 2009

Saranno miei a breve:

Femminismo e anarchia di Emma Goldman (ho scoperto che esiste l'anarcofemminismo)
Il secondo sesso di Simone De Beauvoir (non ho mai letto nulla di suo, mea culpa)
Biglietti agli amici di Pier Vittorio Tondelli (era da tanto che volevo leggerlo)
La ragazza che giocava col fuoco di Stieg Larsson (continua la lettura della trilogia)


Sottomano ho:

The women's history of the world du Rosalind Miles (tanto per cambiare un po' tema)

La principessa sul pisello di Luciana Littizzetto (per ridere un po')

La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (sono sempre stata a un passo da comprarlo, adesso lo posso leggere aggratis)

Intanto:

Infinite Jest è quasi finito. Le ultime pagine stanno diventando ancora più intense, pur riuscendo a regalare grandi risate. Il personaggio di Mario, uno dei tanti che popolano il libro, è quello che forse mi ha colpito di più. Lo paragono all'Idiota di Dostoevskij pur non avendo la stessa centralità. Menomato gravemente dalla nascita, costretto ad usare supporti per muoversi e stare fermo, è nella sua purezza disarmante. Un sorriso stampato a forza dalla malformazione rivela un animo sereno, in pace con se stesso. Mario è l'unico che riesce a parlare con personaggi inavvicinabili, proprio per la sua capacità di ascoltare e di far sentire l'altro non giudicato. Capisce meglio di chiunque altro gli affanni, gli stati d'animo di chi gli sta intorno. Il mondo descritto è ormai alla deriva: il divertimento, l'intrattenimento, è diventato il fine a cui tutti tendono; le droghe sono l'elemento essenziale per andare avanti. In ciò emerge un'umanità misera, vuota, senza più alcuno slancio, interessata solo alle sostanze. Un'umanità non molto diversa dalla nostra, ahimè.

postato da: animachecrepita alle ore 15:44 | Link | commenti (2)
categoria:parole, pensieri, donne, letture, letteratura, passione, sottolineature, lettere vive
lunedì, 02 novembre 2009
La poesia

Sono
molto
irrequieta
quando
mi legano
allo spazio.
aldamerini
postato da: animachecrepita alle ore 10:51 | Link | commenti
categoria:parole, pensieri, musica, donne, letture, letteratura, sensazioni, sentimenti, passione, lettere vive
lunedì, 19 ottobre 2009

Infinite jest mi sta piacendo.


"Hal, che è vuoto di sentimenti ma non è scemo, ha una sua teoria secondo la quale ciò che passa per una cinica ed elegante trascendenza del sentimento non è altro che una specie di paura di essere veramente umano, dato che essere veramente umano (almeno per come lo concettualizza lui) vuol dire essere inevitabilmente sentimentale e ingenuo e portato alle sdolcinatezze e generalmente patetico, significa essere in un certo modo infantile dentro, una specie di bambinone un po' strano che si trascina anacliticamente con grandi occhi umidi e la pelle mollicci come quella delle rane, un cranio enorme, e sbava. Una delle cose veramente americane di Hal è forse il modo in cui disprezza la causa del suo essere solo: questo terribile io interiore, incontinente a sentimenti e affetti, che frigna e si contorce sotto una maschera vuota e fichissima..."

postato da: animachecrepita alle ore 17:21 | Link | commenti
categoria:parole, pensieri, letture, letteratura, sensazioni, sentimenti, passione, lettere vive, brano del giorno
mercoledì, 15 luglio 2009

Io ho dinnanzi a me il futuro, anche se voi non lo credete

 

Così Sibilla Aleramo scrisse ad Arnoldo Mondadori. È una frase forte, piena di ottimismo, caparbietà e consapevolezza delle proprie doti. Un frase profetica, se si pensa che il suo primo e prediletto romanzo Una donna ha più di cento anni e continua ad essere ripubblicato. Perché? Perché ha un valore artistico e ideologico molto forte, in esso si fondono il talento di una scrittrice autodidatta (ha frequentato solo le elementari)e alle prime armi, e i primi germogli di femminismo. Infatti si tratta di una delle prime opere italiane ad esporre questo tema. I riscontri autobiografici rendono ancora più drammatico e toccante il racconto. Dopo un’infanzia libera e gagliarda, a partire dallo stupro –subito da quello che poi diventerà suo marito- che porta via la sua adolescenza insieme alla spensieratezza e alla libertà, la narratrice compie un percorso doloroso, umiliante e a tratti violento che la porterà all’emancipazione tanto agognata, non senza pagarla cara: il distacco da suo figlio. Nonostante ami il suo bambino più di ogni altra cosa al mondo e lo consideri la parte migliore della sua vita, unica gioia di un’esistenza travagliata, lo lascia nella casa del marito, conscia del fatto che non lo rivedrà più. La donna sa che sacrificarsi per stare accanto al figlio equivarrebbe ad arrendersi allo squallore e alla mediocrità di una vita sottomessa e remissiva, e anzi, accettare le mortificazioni della carne e dello spirito darebbe alla creatura che cresce una visione sbagliata della vita. Sono convinta che questo tipo di scelta farebbe storcere il naso ancora oggi, perché ancora si ha l’ideale di donna/madre pronta al sacrificio e alla desolazione pur di far crescere la propria prole tra le sue braccia amorevoli di genitrice. Secondo me, invece, l’autrice ha avuto molto coraggio nello scegliere di ascoltare la propria coscienza, non per egoismo, ma perché ha capito che tradire la propria indole corrisponde a morire ed è profondamente ingiusto.

Dalla data della prima edizione del libro, nel Paese si sono fatti dei passi in avanti in fatto di diritti delle donne, ma quando sento alcuni discorsi vedo chiaramente che sono quasi esclusivamente cambiamenti formali, mentre un certo tipo di mentalità resiste in maniera latente, ahimè, anche tra le donne stesse. La scrittrice si interroga sulle colpe della donna circa il male sociale. Si chiede: Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenire crudele verso i deboli, sleale verso una donna […], tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere […]una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. Con queste parole ho ricordato una conversazione che ho avuto con una giovane donna, madre di un maschietto, che mi ha lasciata amareggiata e offesa. Riportandomi una notizia di cronaca, affermava che la ragazza che aveva subito lo stupro, non solo se l’era cercata perché aveva dato troppa confidenza allo sconosciuto di turno, ma in un certo senso se l’era meritato, sottintendendo che il mostro che l’aveva violentata era stato quasi costretto a farlo. Non vi descrivo la mia reazione: per me è stato un insulto alla mia dignità di donna; ho provato vergogna per questo pensiero così gretto, che, pronunciato da una femmina, fa davvero tanto male. Cosa mai potrà insegnare al suo bambino un essere del genere? Questo diventerà adulto e potrà fare scempio di corpi altrui, se si presenterà l’occasione, se, per esempio, una ragazza porterà una gonna che lui riterrà troppo provocante? Ho compassione per questo figlio che crescerà inevitabilmente con una visione sbagliata del rapporto fra i due sessi, e spero che riesca a salvarsi emancipandosi da tale triste e sporco ambiente.

 

 

martedì, 09 giugno 2009

Norwegian wood non è una canzone particolarmente triste o strappalacrime, ma per la legge della relatività, provate ad ascoltarla mentre state leggendo le ultime pagine del libro omonimo di Haruki Murakami e vi sembrerà una canzone straziante e toccante. Fiumi di lacrime inonderanno il libro fino a farlo diventare carta pronta al riciclo.

Cosa che non capita mai, ho riletto il libro per intero (la prima volta risale ai tempi dell’università) e mi sono accorta che ricordavo pochissime cose: un po’ la trama, un po’ i personaggi. Stop. Tutto il resto era avvolto in una nebbia così fitta che per un po’ ho avuto paura (l’età che avanza!).È stata una bella riscoperta: ho potuto anche notare come il punto di vista di me lettrice è cambiato.

Ieri ricevo la mail di una mia amica e realizzo quello che dico da sempre: a volte le coincidenze non sono proprio tali, perché il giorno prima mi ero lasciata prendere dalla pura verità di questo passo, che, a questo punto, dedico a V. come risposta(non si può vivere lasciando inespressi o reprimendo i propri sentimenti, meglio lasciarli fluire, potrà far male, ma qual è il valore di una vita passata a diffendersi?):

Ho l'impressione che tu prenda tutte le cose troppo seriamente e questo non va. Amare qualcuno è una cosa bellissima e se si tratta di un sentimento sincero non bisogna sentirsi finiti in un labirinto. Abbi più fiducia in te stesso.[…]La cosa potrà andare bene o non andare bene, ma l'amore è così. E seguirlo è la cosa più naturale.[…] Noi (termine generale che include normali e non) siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli col goniometro e controllando

entrate e uscite come sul conto in banca. O no? […]Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. È la vita.

mercoledì, 01 aprile 2009

Ho appena finito di leggere uno dei romanzi fondamentali della mia vita. L’arte della gioia di Goliarda Sapienza è un libro che tocca e segna. Dovrebbe essere studiato nelle scuole, dovrebbe essere un manuale di educazione alla vita, ai sentimenti, alla felicità, alla libertà.

Tuttavia, come spesso accade in questa patria di imbecilli, di editori chiusi e aridi, di critici che credono di essere così bravi da poter indovinare il contenuto di un libro con la solo lettura del titolo, questo capolavoro non ha avuto la giusta visibilità né quando l’autrice era in vita né dopo la sua morte. Se non fosse stato per un'editrice francese a quest’ora, un libro di grande valore sarebbe andato definitivamente perduto o relegato ad un’edizione poco fortunata a cura di “Stampa alternativa”. E non c’è da stupirsi che ciò che in Italia è stato considerato meno di zero, all’estero (in particolare in Francia, Germania e Spagna) sia diventato un caso letterario.

Potrei citare pagine e pagine di poesia e di saggezza, di sensualità e razionalità, ma finirei per  fare torto ad altri passi degni ugualmente di essere sottolineati (basti pensare che il libro è diventato nelle mie mani un campo di battaglia di orecchie e sottolineature; nessuna nota, però). È un romanzo monumentale, senza la pesantezza e la staticità di certi monumenti.  Ed è sorprendente scoprire che si possa passare da slanci di pura follia sentimentale a pensieri razionali e politici. Vi è un’analisi profonda dell’animo umano privata di un linguaggio “clinico”. Contiene in sé tutta la vita e la continua lotta per essere felici. Se c’è qualcosa che ci insegna Modesta, la protagonista, è che la gioia non cade dal cielo e ti investe, ma è una cosa per la quale devi batterti “con le unghie e con i denti” e sgomitare e, se  necessario, giocare sporco. Bando a morali stantie e sensi di colpa, buttarsi nell’avventura della vita, sentire, aprire i propri sensi, avere il pieno dominio dell’emozioni, che non significa controllarle, ma conoscerle e assecondarle.  Liberarsi dalle leggi a dalle convenzioni sociali, fregarsene dei giudizi altrui, e non solo dei detrattori, ma anche di chi ti vuole bene, ma in maniera egoistica ti impedisce di “volare”. Mentre scrivo queste parole mi emoziono, perché pur non avendola conosciuta prima è a Modesta che da tutta una vita tendo. Diventare come lei è il sogno che prima fievole come un fastidio si insinuava in me, ora con maggiore consapevolezza cerco di tramutare in realtà. Un essere libero nella sua totalità, anarchico direi. In effetti, la parola anarchia, pur non venendo mai pronunciata, rimane sulle labbra per tutta la durata della storia, soprattutto quando si affrontano questioni sociali e politiche.

I personaggi che affollano il libro rappresentano la moltitudine eterogenea dal quale scambio di idee e affetti Mody cresce e si evolve, pur rimanendo la stessa, e insieme a lei la narrazione a volte intensa a volte lineare, sempre accattivante.

La stessa autrice meriterebbe molto più spazio di quello striminzito che le è stato assegnato dal “mondo letterario”. Siciliana di nascita, ma si trasferì presto a Roma con la sua famiglia che all’epoca dovette fare molto scalpore perché assolutamente libera da vincoli sociali (i suoi genitori non erano nemmeno sposati; madre prima donna dirigente alla camera del lavoro di Torino, padre avvocato antifascista).  Divenne attrice teatrale e saltuariamente anche cinematografica, a questa attività affiancò la scrittura e negli ultimi anni della sua vita insegnò al centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nella sua vita fuori dagli schemi, andò addirittura in galera (dove scrisse due romanzi tra i quali “La certezza del dubbio”, molto bello) per un gesto di ribellione contro un’amica: le rubò dei gioielli perché quest’ultima ricca la umiliava e le negava un vero aiuto. Ciò che più mi lascia sgomenta e mi ferisce è il fatto che Goliarda sia morta sola. Come può un essere eletto, una persona così “illuminata”, ricca di mondi interiori così eccezionali essere morta senza che si sia smossa la terra? Perché il suo cadavere è stato ritrovato solo tre giorni dopo il suo decesso?Perché si osanna Coelho e si dimenticano o si ignorano Sapienza e Tondelli? Qualcuno mi spieghi quale meccanismo si è rotto!

Personalmente devo ringraziare Daniela B. (sarei tentata di scrivere anche il cognome, ma non so come possa reagire se dovesse scoprire di essere stata nominata senza il suo consenso) per avermi fatto scoprire questa autrice e questo libro. Sparendo mi hai lasciato il più grande e meraviglioso regalo che tu potessi farmi, te ne sarò sempre riconoscente.

 

Può una gioia trapassarti come un fulmine e squarciarti il corpo? L’arte della gioia- Goliarda Sapienza

l

postato da: animachecrepita alle ore 20:03 | Link | commenti (2)
categoria:pensieri, donne, vita, letture, letteratura, sensazioni, sentimenti, passione, sottolineature, lettere vive
sabato, 11 ottobre 2008

Sto leggendo Velocemente da nessuna parte di Grazia Verasani. È una lettura che mi sta dando molto in termini di intensità. Conoscevo già la scrittrice per l’altro bel romanzo, Quo vadis baby?, che ha la stessa protagonista di quello che sto leggendo ora che è il punto di forza dei due libri. Giorgia Cantini è un’investigatrice privata, sola più che single, che riempie i vuoti lasciati dal suicidio della sorella con l’alcool, con le sigarette, con storie fugaci, persa tra i ricordi e gli eventi presenti che si intersecano senza sosta. Nonostante sia considerato un noir credo ci sia in questo romanzo molto altro rispetto alla ripetizione di cliché e di protagonisti a cui si presta sempre il genere. Un brano che mi è rimasto impresso e che avrei voluto pronunciare io, perché è così semplice e chiaro, così cinico, ma allo stesso tempo si vede che è stato “partorito” con la profonda consapevolezza del dolore che c’è dietro tutto questo:

 

La fine di una storia non è mai una passeggiata, e l’amore è come quei percorsi di montagna dove è più difficile scendere che salire. Chi non ci vuole non ci vuole. E le ragioni non contano, anche quando restano inespresse. Inutile insistere. Inutile come il novantanove percento delle lettere che si scrivono in questi casi.

 

Il titolo è tratto dalla canzone Nowhere fast degli Smiths.

And when I'm lying in my bed

I think about life

And I think about death

And neither one particulary appeals to me

lunedì, 22 settembre 2008

Finito di leggere L’Idiota di Dostoevskij. Il primo pensiero che mi è venuto cominciando a leggerlo è stato: se tutti gli idioti fossero come questo io sarei una donna felice, il mondo più bello. È un libro talmente complesso che è impossibile parlarne, o addirittura darne un giudizio tanto alla leggera.

La grandezza e l’originalità di questo romanzo sta, secondo me, nel dare il ruolo di protagonista, di detentore delle qualità migliori a un malato di idiotismo che soffre di crisi epilettiche. Il principe Mýškin (scusate se non ho indovinato tutti gli accenti)ha in sé la bontà, la purezza d’animo, la sincerità, la capacità di capire gli altri. Per queste caratteristiche sembra un angelo, un essere sovrannaturale che si distingue dagli umani perché privo di meschinità, incapace di calcoli per il proprio tornaconto personale, ingenuo. Eppure tutte queste qualità non lo rendono un eroe nel senso comune del termine, cioè un salvatore, uno che con le proprie azioni porta la felicità nelle vite di chi incontra. Al contrario l’idiota non riesce a contrastare il precipitare degli eventi, non impedisce la catastrofe, anzi ne è lui stesso vittima. È un eroe perdente: nonostante i suoi sforzi e la sua forza di uomo “giusto” tutto si perde e si deteriora. È un protagonista scomodo, perché spesso genera l’ilarità in chi lo ascolta, si copre di ridicolo a causa della sua purezza, della sua schiettezza, del suo parlare senza filtri. Il suo più grande errore è quello di attribuire agli altri le sue stesse qualità, non vedere gli intrighi che continuamente vengono orditi alle sue spalle.

Gli altri personaggi sono così vivi e pulsanti, così passionali che, se anche rispecchiano un’umanità decaduta e cinica non si può fare a meno di amarli, soprattutto quando danno vita a scene madri davvero folli, in cui sembra di stare a vedere una sceneggiata napoletana, tanto è il dinamismo che ne scaturisce. In effetti, lo scrittore sembra lasciarsi trasportare dai suoi personaggi e dagli avvenimenti occorsi. In molte occasioni si mostra addirittura in difficoltà nel controllare gli eventi e riportarli.

 

La bellezza salverà il mondo dice Lev Nicolàevič, e io sono disposta a credergli, ancora.

Intanto, mi è venuta voglia di andare in Russia e soprattutto visitare Pietroburgo.

E qui ci sta tutta La Prospettiva Nevskij di Battiato. Splendida.